Walter Massa e il suo Timorasso 1995: storia di un vitigno recuperato

In pratica, il classico vino “da bere a secchiate” (cit) per quanto è buono, ma anche uno di quelli a cui avvicinare piano l’orecchio mentre lo assapori. Perché bere questo timorasso a quindici anni dalla vendemmia è un po’ come tornare indietro nel tempo, agli anni in cui – lo racconta bene l’etichetta – era un “raro vitigno”. In pratica, un perfetto sconosciuto.

Le cose sono in parte cambiate oggi: il timorasso si è visto finalmente riconosciuta dignità di grande bianco, ancor più perché figlio di una regione che è patria soprattutto di grandi rossi; e di bianco da invecchiamento, poi, nonostante tutte le difficoltà del mercato connesse al consumo – ormai quasi anacronistico – dei bianchi d’annata. Prova ne è anche il dato storico dell’aumento della superficie complessiva vitata, dai due ettari circa del 1997 ai cinquanta attuali.

Il merito di questa rinascita è di Walter Massa e di alcuni altri illuminati produttori dei colli tortonesi che iniziarono nei primi anni ’80 un lavoro faticoso di sperimentazione e valorizzazione, quando il timorasso era stato espiantato ovunque per fare spazio a uve (come il cortese) che richiedevano minore cura in vigna e assicuravano una maggiore produttività.

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Il 1995 fu l’anno della svolta (anche se Walter Massa aveva già iniziato a vinificare in purezza il timorasso dal 1987): di ritorno da un viaggio in Friuli ospite di alcuni produttori, capì che occorreva sfruttare il contatto con le fecce nobili, prevedendo un lungo periodo di affinamento in serbatoio e in bottiglia prima della commercializzazione; nel contempo, ridusse drasticamente l’utilizzo della solforosa.

Berlo è stato commovente. Almeno quanto lo è stato osservare l’etichetta imbruttita (che riporta l’indicazione delle particelle catastali dei vigneti). E una conferma: siamo davanti a un vino dalle grandi potenzialità. E non devo certo dirlo io…

Del teenager non dimostra praticamente più nulla: è un bianco maturo che il tempo ha ulteriormente ingentilito, smussando la potenza che lo caratterizza sin dai primi anni di vita e che si coglie ancora nei suoi tratti. Potenza che è intensità e durata, sia al naso che in bocca, dove trovi le stesse e identiche percezioni. Se la cava alla grande anche a distanza di qualche ora dall’apertura, riproponendosi con la stessa vigoria, sempre integro, non un segno di cedimento.

Le sensazioni idrocarburiche – di cherosene e di pietra focaia, soprattutto – sono protagoniste assolute al naso. La beva è agile; non solo: scattante, cangiante e appagante. Ha ancora freschezza e salinità, veri e propri tratti distintivi del vitigno. E, poi, il finale da moviola ti accompagna dritto alla fine della bottiglia.

Tra i vini più emozionanti del mio 2010.

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4 commenti

  1. Grazie!
    Mettiamola così: è il timorasso, quel grande vitigno che allevate voi giorno dopo giorno, che mi fa godere!

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