I bianchi d’annata e da invecchiamento: ma stiamo davvero facendo cultura del vino?

Chi ha visto l’ultimo film di Antonio Albanese batta un colpo. Pellicola divertente, per carità, anche se – credo – lo siano ancor di più gli sketch di cui l’attore è stato protagonista in alcune trasmissioni televisive (Che tempo che fa, per dire).

Qualunquemente è la storia del politico calabrese Cetto La Qualunque che dopo una lunga “vacanza” in Brasile, torna nel paese natio e, appoggiato da alcuni “uomini d’onore”, diventa Sindaco di Marina di Sopra. C’è una scena, in particolare, che descrive alla perfezione il contesto ambientale in cui matura la candidatura a Primo Cittadino ed è quella in cui il tenente Cavallaro, l’eroe positivo del film, dopo aver pranzato con la famiglia al ristorante gestito dalla moglie di Cetto, si avvicina alla cassa per pagare e chiede la ricevuta fiscale. Attorno a lui, il panico più totale. Gli avventori del locale e i balneanti rimangono impietriti per quella che viene considerata una richiesta “assurda”.

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Volendo enfatizzare (e non considerando il forte sentimento di legalità che vi è dietro la richiesta della ricevuta fiscale nella scena che vi ho raccontato), è stata la stessa reazione che ho avuto io non più di una settimana fa, quando – mentre mi aggiravo tra i banchetti di Superwhites – ho sentito due colleghi sommelier uscirsene con la solita frase: “ma che dobbiamo fare co’ sti’ bianchi da invecchiamento? Il bianco va bevuto d’annata“.

Opinioni, ci mancherebbe. Peccato per il contesto! Dopotutto eravamo ad una manifestazione di soli bianchi friulani – che invecchiano, e bene (anche se, per la verità, i 2/3  friulano con qualche annetto in più sulle spalle che ho potuto assaggiare lì erano tutt’altro che indimenticabili).

Mi sono chiesto, però, se tutte queste associazioni che si dicono impegnate nella diffusione della cultura del vino lo stiano davvero facendo, comunicando le potenzialità evolutive di certi vini “pallidi” (cit. Luigi Fracchia). La risposta? Sì e no. Di manifestazioni come Tutti i colori del bianco, la kermesse organizzata ogni anno da GoWine a Roma e Milano, se ne vedono ancora poche in giro…

Sia chiaro, l’ho detto e ri-detto: l’invecchiamento non è prerogativa di tutti i vini. Né può essere considerato indice di maggiore qualità (come qualcuno sta tentando di fare con i vini naturali, biologici o biodinamici). Però, forse, questi colleghi la penserebbero diversamente se assaggiassero – magari alla cieca – bianchi di dieci, venti, trent’anni indietro. Non so, un riesling della Mosella come quello di cui ho parlato qualche giorno fa, oppure un timorasso come quello di Walter Massa che ho raccontato qui o ancora il greco di tufo 2002 di Vadiaperti che ho bevuto una ventina di giorni fa durante la mia visita in cantina. E ce ne sarebbero mille altri.

Dovrebbero farlo, sono sicuro che cambierebbero idea. E potrebbero comunicarlo meglio agli altri. Perché poi è tutto qui il succo del discorso: se oggi il consumatore non si è ancora accorto delle emozioni che possono dare certi bianchi invecchiati e se al ristorante chiede ancora il vino del millesimo appena imbottigliato, è anche un po’ per colpa nostra.

[foto tratta da mymovies.com]

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3 commenti

  1. Caro Alessandro,
    sono commosso dall’uso che fai della mia citazione che nata da me, ormai cammina con le sue gambe e anche abbastanza bene, mi pare.
    Concordo con te e il tuo post e la necessità di consumare i bianchi ad una certa distanza dalla vendemmia.
    Per la maggior parte dei vini bianchi è sufficiente un anno (più o meno) che è il tempo necessario affinchè il liquido stressato dalle fasi di produzione e imbottigliamento riprenda un suo equilibrio organolettico.
    Poi ci sono i vini che necessitano anni per aggiungere complessità ai propri profili olfattivi e organolettici, come il riesling o certi timorasso o chenin blanc o pinot bianchi…
    Comunicare che il bianco si affina nel tempo è cosa complessa e và fatta facendo assaggiare millesimi vecchi denunciando la data di nascita a fine degustazione, se nò il pregiudizio è fortissimo e condiziona il gusto.

    • Può essere un’idea, Luigi.
      La domanda che mi sono fatto è, appunto: ma noi cosiddetti comunicatori, blogger, appassionati, sommelier delle più varie associazioni, piani alti delle associazioni stiamo facendo abbastanza?

  2. Rispondo volentieri alla tua domanda: no, non stiamo facendo abbastanza, ma anche lo facessimo, fortissimo rimane il pregiudizio dei consumatori verso il vino bianco che ha alle spalle qualche anno in più. Tutti i colori del Bianco, ora di GoWine era partita già qualche anno fa come idea del Consorzio del Soave. Ricordo l’impatto che ebbero degustazioni memorabili di Soave di parecchi lustri indietro nel tempo. Tutti si stupivano, tutti a dire che sì, il Soave figlio del terroir più prestigioso ( Il Salvarenza di Gini o il Calvarino di Pieropan, ma anche altri meno blasonati) avevano la stoffa dei grandi bianchi d’oltralpe. Tanto stupore, poi, non si è mai tramutato in una risposta positiva da parte dei consumatori e in una spinta decisa degli addetti ai lavori verso una vera promozione.
    Qualcosa però si muove: alcuni produttori mettono in commercio il loro cru uno o due anni dopo la vendemmia. Sono pochi, ma ci sono!
    Salutone
    MG

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