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‘A Vita è bella: il Cirò 2008 di Vigna De Franco

A vita di Laura e Francesco (friulana lei, calabrese lui) è, in un certo senso, quella di tanti giovani che – dopo lungo peregrinare – decidono un bel giorno di mollare tutto e ripartire dalla terra. Con buona pace di quelli che avrebbero optato per un più classico ritorno al futuro, se ne sono tornati in Calabria, terra natale di Francesco e di gaglioppo.

Impresa quasi eroica, la loro; ché il problema era apparso chiaro sin da subito: fare il territorio, prima che promuoverlo. Colpa di un momento – quello della viticoltura cirotana – di tale sfiducia (forse) da lasciare che molti produttori credessero possibile la “svolta” con una modifica (anacronistica) del disciplinare, nel senso di “apertura” ai vitigni cosiddetti migliorativi (?), manco fossero loro i salvatori della patria. In pratica, un’altra mazzata al povero gaglioppo, ormai da tempo costretto a vivere con lo spauracchio dell’omologazione che rischia di mandare all’aria, in un battibaleno, duemila e passa anni di storia e di cultura. Tanto per gradire.

C’hanno provato, Laura e Francesco. Ci stanno provando. A cominciare dalla conduzione della vigna secondo i principi dell’agricoltura biologica: no sistemici, no concimazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, decantazioni naturali e utilizzo col contagocce di solforosa.

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Quello che tirano fuori dalle proprie uve è un Cirò di carattere, come dimostra l’ultimo assaggio della boccia d’esordio targata 2008, non più di due settimane fa, in quel “covo” di vini naturali che è Enocratia a Milano. L’accenno iniziale di grafite altro non fa che confermare l’idea di una certa complessità del bouquet; coerente il sorso, secco e vigoroso (un po’ per la nota alcolica e un po’ per la trama tannica), con la salinità – chiaramente riconducibile alla vicinanza del mar Ionio – che accende la beva. Integro anche alla prova the day after, con in più una vaga sensazione di piccantezza, un ricordo quasi di peperoni cruschi e un non so che di terroso, cupo e raggiante al tempo stesso.

Il colore scarico si lascia attraversare dallo sguardo che è una bellezza, profondamente più vivo delle iperconcentrazioni di nemmeno poi tanto tempo fa; sullo sfondo, un’elegantissima sfumatura di alloro e un tocco a metà strada tra il sanguigno e il metallico.

Suggerimenti: acquistarne 2/3 bocce (la spedizione, nel caso, è possibile anche per piccole quantità), adagiarle con cura in cantina e stapparne una ogni due anni, per osservarne l’evoluzione.

Sperando – lo spero, davvero – che non tocchi berle nel triste momento dell’epitaffio, ad avvenuta “rottamazione” della denominazione. Grazie.

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