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Bollicine di Franciacorta: 27 anni di storia in 10 bicchieri de Il Mosnel

C’è un denominatore comune nei millesimati de Il Mosnel che ho avuto la fortuna di assaggiare una decina di giorni fa a Camignone, ospite della bella azienda di Lucia e Giulio Barzanò: è l’eleganza che ha pervaso tutto l’assaggio.

E c’è poi un dato, altrettanto rilevante, che è quello di una certa costanza qualitativa delle bollicine di casa Il Mosnel, capaci di raccontare quasi trent’anni di storia dell’azienda e del Franciacorta, dal tempo in cui non c’era nemmeno il Consorzio di tutela ai giorni nostri. Una verticale da batticuore, e non solo per la sboccatura alla volée (che mai – tra l’altro – avevo visto fare dal vivo), lungo la strada maestra del non dosato.

In degustazione (tutte le bottiglie sono state servite a temperatura di cantina), quello che oggi è il QdE: uvaggio di chardonnay (in prevalenza), pinot bianco e pinot nero, con oscillazioni delle percentuali a seconda delle annate.

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Il 2005 non è ancora sullo scaffale: un po’ più di pinot bianco (15%), poi chardonnay (65%) e pinot nero (20%) – quest’ultimo interamente passato in barrique (a differenza di chardonnay e pinot bianco che, invece, il legno lo vedono solo in percentuale minore) – che profuma di mela, pera e rosmarino. Tanta acidità e timbro citrino in bocca, anche se l’ingresso è piuttosto morbido, addolcito da un sottile velo di ossidazione. Si spegne, alla fine, e non risulterà tra i miei preferiti.

Nel 1999 – ecco il primo dato di discontinuità rispetto agli anni Duemila – si vendemmiava ancora a settembre. Colore dorato più acceso e un che di più burroso al naso, forse anche per quella manciata in più di pinot bianco nella composizione dell’uvaggio. La trama olfattiva racconta profumi di mela, salvia, cànfora, arancia rossa e fiori secchi; in bocca conserva ancora brio e freschezza, con una beva scorrevole e appagante.

Il colore leggermente più carico del 1998 sembrerebbe anticipare una maggiore complessità. Invece, a mio avviso, è un po’ monocorde: sfumature di mela morsicata e poco altro, al naso. In bocca è più dritto, gli manca un po’ di polpa e chiude con una nota amarognola abbastanza pronunciata.

Il 1996 apre sulle note di mela, pera e frutta secca; entra al palato con discreta morbidezza anche se la sensazione è che sia ancora un po’ compresso. In bocca ha potenza e discreta finezza, il sorso è saporito e la buona dose di acidità lascia ben sperare per gli anni a venire.

Il millesimo 1991 ha un colore meno carico e al naso profuma di mandarino, fiori secchi e qualcosa che mi ricorda il petrolio. Meglio in bocca, secondo me, dove è assai snello e il sorso ne guadagna in agilità. Sparisce anche lui, alla lunga.

Il 1990 è l’anno in cui si comincia ad utilizzare in azienda la pressa pneumatica. A parte qualche problemino nel periodo di fioritura, il millesimo ha avuto un andamento particolare che ha consentito un naturale diradamento del grappolo. Più pienotto il sorso, se vogliamo; complessivamente, però, meno godibile. Il timbro della mineralità sembra ricordare quasi più il mare, qualche lampo fumé e poi ancora liquirizia e legna arsa a rincorrere le note di agrumi. Il sorso è ricco, ben ritmato, con acidità e sapidità a dettare i tempi.

A bottiglie accecate avrei fatto davvero fatica a dargli un’età. Il millesimo 1987 sembra quasi il più giovane di tutti: bouquet di profumi ampio con profumi di agrumi, cedro e mandarino, un che di sulfureo e un marchio terroso, pure. Citrino il sorso, forse un po’ vuoto sul centro bocca. Rimango a bocca aperta quando mi dicono che quella non è stata poi annata semplice.

Il 1986 è tutto funghi, salvia e frutta secca. Non so ma il primo ricordo che è affiorato è stato quello del profumo delle gallinelle che crescono vicino i pioppi. Profuma anche di pera e di cioccolato; grande freschezza in bocca, discreta sapidità.

Il 1985 ha un carattere ancora più terroso, con i profumi di zinco e tartufo che si fondono con le note di frutta più matura, un timbro vegetale sullo sfondo. Il sorso conserva ancora brio, magari è meno preciso e forse anche per questo più affascinante, con una beva appagante e salina giocata sui ritorni di cacao e della nota vegetale, un aroma di tabacco da pipa in chiusura.

A sentire chi c’era (io c’avevo siennò un anno), il millesimo 1984 è stato uno di quelli storici. Il clima fresco di settembre e le precipitazioni in linea con i valori stagionali – mi dicono – hanno consentito di ottenere uve sane e ricche di acidità. Quello che stupisce è l’integrità dei profumi: nocciola, miele, sandalo e incenso. Il sorso è pieno, ancora fresco e si distingue per un senso di salmastro.

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