Verticale di Amarone della Valpolicella “Campo dei Tìtari”, azienda agricola Brunelli

Un’altra serata emozionante, quella dello scorso 9 novembre all’ YN Vineria della Rinascente a Milano, che ha visto come protagonista l’Amarone della Valpolicella. Qualche faccia conosciuta, qualche volto nuovo per me, in tutto una quindicina di persone e posti disponibili esauriti in pochi giorni. In cabina di regia, Camillo Dehò, che ha aperto la serata con due parole sull’azienda e sui vini in degustazione.
1936: è l’anno di fondazione. L’azienda, oggi condotta dall’enologo Luigi Brunelli e dalla moglie Luciana, è situata a San Pietro in Cariano (paese che deve il suo nome alla famiglia romana Cariae), nel cuore della Valpolicella Classica. I vigneti di proprietà si estendono oggi per circa 10 ettari e la produzione complessiva si attesta intorno alle 100mila bottiglie l’anno.
6: le annate in degustazione della riserva “Campo dei Tìtari”, non più di 4000 bottiglie prodotte soltanto in annate particolari e ottenute con una cuvée diversa da quella tradizionale, che prevede un 10% di sangiovese in aggiunta a corvina e rondinella (rispettivamente al 60 e 30 per cento). I grappoli, raccolti a mano, vengono fatti appassire in fruttai a temperatura e umidità controllate fino a perdere il 40% circa del peso iniziale. Dopo la pigiatura, la fermentazione avviene a basse temperature per circa 40 giorni; seguono la maturazione in barriques nuove per 36 mesi e, dopo l’imbottigliamento, l’affinamento per altri 8 mesi prima della messa in commercio.
Dicevo, sei annate. Ve le ripropongo così, come le ho viste io, in tre mini batterie che sarebbe stato difficile pronosticare all’inizio: 2004/2003, 2001/1996 e 2000/1997.
2004: la trama del colore rosso rubino mostra un bel gioco di trasparenze. La “zaffata” iniziale è forte, i profumi sono complessi e molto eleganti: cioccolato, a seguire frutta rossa (ciliegia), noce moscata, in chiusura fiori rossi ed erbe officinali. Il sorso è secco; l’ingresso al palato è piuttosto morbido, merito anche dell’importante nota alcolica che poi è il tratto comune di tutti i vini in degustazione. Il tannino lavora “in sordina” ed è diluito dalla discreta sapidità e, soprattutto, dalla freschezza. Il gusto è intenso, chiude con un lungo ed elegante finale di frutta, fiori e, soprattutto, cioccolato.
2003: la tonalità del colore è pressoché la stessa del precedente millesimo. L’impatto olfattivo sembra essere un po’ più intenso ma è forse meno durevole. La maggiore pungenza dell’alcool, figlia di un’annata torrida, non lo penalizza in termini di eleganza. Un’eleganza che è però diversa, più spostata verso il tostato, la confettura di amarena e le spezie forti, il rabarbaro e il caffè, la viola appassita. Come era lecito attendersi, in bocca è più caldo e anche più tannico. La freschezza è sensibilmente inferiore e anche per questo l’ingresso al palato sembra essere più morbido. Il finale è pieno anche se, forse, non ha la stessa eleganza del fratellino minore.
2001: il colore vira verso sfumature più mature di rosso rubino, sempre caratterizzate da una buona luminosità. Quanto a intensità dei profumi, non c’è storia con i due precedenti millesimi, ai quali si lascia preferire anche per maggiori complessità ed eleganza. Ha una marcia in più; è quella nota balsamica sullo sfondo che fa la differenza e arricchisce ulteriormente un bouquet prezioso, in cui si intrecciamo ricordi di amarena e fiori rossi, di cioccolato e spezie, che ritornano puntualmente al palato. In bocca mostra una straordinaria coerenza espressiva. Il gusto secco ha morbidezza e potenza, è forse quello che più ricorda la fierezza del cavallo padronale da cui prende il nome. Persistenza lunga di frutta e fiori, afflati balsamici e una lieve nota tostata.
1996: gli anni dichiarati in etichetta non li dimostra, almeno stando al colore che è un intenso rosso rubino. Se si presta attenzione ai residui nel bicchiere, invece, ci si accorge che qualche annetto sulle spalle ce l’ha eccome. Il bigliettino da visita all’olfatto è forse il più intrigante e si esprime inizialmente su note di china e su numerose sfumature di cioccolato. Il naso è intenso e di buona complessità, ma come poi il 2000 forse il meno elegante: lampone, ribes rosso e poi, soprattutto, spezie. Deciso l’impatto, secco e morbido; il tannino è rotondo, la persistenza aromatica è intensa e incentrata sul susseguirsi dei sentori balsamici e vegetali, di cioccolato e di frutta rossa.
2000: anche in quest’annata, la scarsa luminosità del colore (rosso rubino con riflessi granati) sembrerebbe preannunciare uno stato di forma non proprio smagliante. Ipotesi che parrebbe essere confermata anche dalla minore eleganza di un bouquet sempre e comunque di grande impatto ma penalizzato forse dall’eterna alcolicità e da una lieve ossidazione. In bocca, invece, sorprende per naturalezza, ribalta il pronostico e si esprime a ottimi livelli; ricompaiono puntualmente le sensazioni di confettura di frutta rossa molto matura, di cioccolato e di vegetale, sullo sfondo la lieve ossidazione dell’olfatto. Il sorso denota una buona morbidezza e giova dell’apporto rinfrescante di acidità e sapidità.
1997: il colore è rosso granato ma è un po’ spento; qualche residuo nel bicchiere, nella norma considerando l’età anagrafica. Non particolarmente intensi i profumi ma discretamente eleganti. Frutta rossa matura, terriccio, sottobosco, mallo di noce; le note balsamiche e vegetali completano il bouquet. Al palato è secco, mostra il nerbo e la potenza del tannino, ben diluito dalla buona freschezza del sorso. La persistenza è apprezzabile, sulle stesse frequenze dell’analisi olfattiva, con espliciti richiami ai toni cioccolatosi e balsamici.
Molto suggestivo e curato l’abbinamento proposto da Camillo ed eseguito dallo chef Luca Seveso del Maio Restaurant (vai al sito), uno stufato di asino alla corvina veronese e polenta che io ho sinceramente preferito con i vini della batteria centrale.
Certo non eravamo davanti al solito Amarone iperconcentrato e pompato (anche se il prezzo è quello che è, almeno 50 euro a bottiglia). Rimangono, però, le mie perplessità in generale sulla piacevolezza e sulle difficoltà di abbinamento a tavola del vino di punta della “valle delle molte cantine” (questo il significato del termine di origini latine “Valpolicella”). Sarà che le delusioni passate mi hanno fatto riflettere sulla crisi d’identità di un vino che è in molti casi sempre più “costruito” per assecondare le mode d’oltreoceano. Sarà che nel corso della recente visita in terra di Valpolicella ho potuto vedere con i miei occhi che “ormai hanno piantato amarone ovunque” (e scusate l’inesattezza della frase, ma è per capirci…). Fatto è che l’Amarone (in odore di riconoscimento della denominazione di origine controllata e garantita) è oggi, a mio avviso, un vino sopravvalutato, più “caro che raro”, benché sia proprio quello l’Amarone che si propongono di difendere le dieci “Famiglie dell’Amarone d’Arte”. Detto che, comunque, non è sicuramente positiva l’attuale “spirale suicida di prezzi al ribasso” di cui ha parlato anche Franco Ziliani sul suo blog “Vino al Vino” (leggi).
Scusate: ma è forse troppo chiederne uno “buono, raro e, magari, nemmeno tanto caro”?!

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