Il Milocca di Nino Barraco: benedetta sciroccata!

Niente da fare, il vino è anche questione di culo (e perdonatemi il francesismo, ché non credo ci sia altra espressione più pregnante). Nel senso buono, s’intende. Perché certamente occorrono passione e competenze, rispetto e lavoro serio in vigna. Ma ci vuole anche fortuna, appunto: l’andamento climatico di un’annata non dipende dall’uomo.

Si rifletteva, così, agli sgoccioli di una serata. E si parlava dell’emozione di poter assaporare un vino così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti; di quanto incida l’imprevidibilità delle stagioni e di quanto sia bello poter cogliere le differenze tra le diverse annate di uno stesso vino, quando – invece – il mercato fatica spesso e volentieri ad accettarle, spingendo per l’omologazione.

Fortuna iuvat audaces, dicevano. E Nino ha avuto il merito di prendere la palla al balzo, vinificando ugualmente i grappoli di nero d’avola asciugati da un’inaspettata e forte sciroccata. Così è nato Milocca, vino da tavola rosso da uve stramature, come recita la contro-etichetta. Annata non riportata (2006) perché è appunto vino da tavola e non si può; ancor più che diversa da ogni altra: unica. Almeno fino ad oggi.

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Colore tra il rubino e il granato nel bicchiere, leggermente velato e nemmeno lontanamente limpido (non filtrato/non chiarificato, dice ancora la contro-etichetta). Profumi assolutamente caldi, eleganti e sempre ben riconducibili ai varietali del vitigno. Le olive in salamoia, per dire; poi il cappero, il gelso e i piccoli frutti neri, la liquirizia, il rabarbaro. Un particolarissimo sentore ematico, direi quasi ereticamente di ketchup.

Stupisce in bocca per come le stesse sensazioni nel bicchiere sappiano tornare e ritornare, con costanza. Gli manca un po’ di freschezza, quello sì; che di sicuro aiuterebbe (e non poco) a reggere l’urto dei 16 gradi e passa dichiarati e del tannino. Sorso tra il dolce e il non dolce, rassicurante e al tempo stesso spavaldo.

In un parola: bello. Così è (se vi pare).

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