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Il dolcetto di Eraldo Revelli

Le voci che giungono da Dogliani annunciano l’estensione della garantita ma la situazione non mi è ancora del tutto chiara e, perciò, preferisco rimandare ogni considerazione in merito. Non posso, invece, rimandare oltre il discorso sui vini assaggiati nel week-end passato in terra di Langa alla scoperta del dolcetto, vitigno di quelli che se lo guardi male s’offende (come aveva detto l’agronomo Giampiero Romana), scontroso ma capace di regalare grandi emozioni.

Certo, l’area doglianese è tutto fuorché omogenea, sotto tutti i punti di vista. E così ti riesce di cogliere certe differenze tra una zona e l’altra. Personalmente, ho molto apprezzato l’eleganza dei dolcetto di Farigliano e, tra questi, quelli di Eraldo Revelli e della figlia Claudia, terza generazione di una famiglia di viticoltori attiva dal 1930 (anno di fondazione dell’azienda per mano del papà di Eraldo, Enrico).

C’era proprio lei, Claudia, a presentare i suoi vini al banco d’assaggio organizzato presso la Bottega del Vino Dolcetto di Dogliani. Di lei, prima ancora che i capelli corti e gli occhi azzurri, mi colpirono le mani: su di esse era tratteggiato il sacrificio del duro lavoro da affrontare giorno dopo giorno in vigna, nei 7 ettari di proprietà da cui l’azienda ottiene circa 40mila bottiglie.

Claudia Revelli
L’Otto Filari 2009 – circa 11mila bottiglie in tutto, da viti dell’età media di 12 anni – è il dolcetto “da battaglia” (non ne posso più di chiamarlo “base”). Naso elegante giocato sui toni della frutta rossa e del pompelmo rosa, amalgamati con le note minerali del terroir e un lieve soffio balsamico. Molto lineare in bocca dove l’esuberante freschezza diluisce il tannino, presente ma assai gradevole. Solo acciaio. Circa 6 eurini franco cantina.
Dell’Autin Lungh ho assaggiato, invece, sia il 2009 che il 2008 e proprio quest’ultima annata mi ha dato più soddisfazioni. Circa 8 mila bottiglie per questa etichetta che deriva il nome dalla forma allungata del vigneto, composto di viti vecchie di circa 25 anni. Costo orientativo di 8 euri franco cantina. La differenza la fanno, appunto, l’età delle viti e una macerazione delle uve leggermente più lunga che donano sensazioni fruttate di maggiore maturità. Il 2008, dicevo, ha una marcia in più rispetto al 2009 (quest’ultimo penalizzato soltanto dalla gioventù): al naso la speziatura è più forte e il frutto ricorda la mora e i frutti di bosco, anche se sono ancor più riconoscibili i profumi di viola, rosa e ciclamino. Il sorso è più intenso, ha freschezza e agilità, tannino abbastanza morbido e lunga persistenza finale. Pure questo, sempre e solo acciaio.
Di fatto il legno lo vede solo il San Matteo 2008. Legno grande, per la precisione, dopo la maturazione in acciaio. Il vigneto è quello più antico dell’azienda – circa 60 anni – e si chiama proprio come la Chiesetta che si scorge ai limiti della proprietà. La produzione annua si attesta intorno alle 5 mila bottiglie. In comune con gli altri assaggi ha una certa eleganza e una vena minerale piuttosto riconoscibile; la differenza sta in una maggiore speziatura, probabilmente conferita dal legno (pur ben dosato), nel tannino più vigoroso e nella beva forse appena più salina. Paga anche lui la tenera età ed è come se non si distendesse mai completamente. La materia, però, quella c’è e il tempo gli darà ragione. Nell’attesa, con 10 euro te lo porti via.

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