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Fontana dei Boschi 2009 e un nome che non dimenticherai più: Vittorio Graziano

Ci sono incontri casuali che lasciano il segno. Come se tutto quello che è stato dopo sia il riflesso del vissuto di appena un attimo prima e quello è stato prima acquisti magicamente un senso completamente diverso. Si cresce, si matura, si guarda alle cose in modo nuovo. Sotto una luce diversa. Si pensa, si ragiona, si migliora.

Così, ti trovi davanti alla bottiglia di un emerito sconosciuto. Per te, ma non per l’amico che te lo “presenta” come una pietra miliare. Al diavolo l’etichetta anti-marketing, cominci ad assaggiare e fai pure fatica a trovare le parole giuste dopo le prime due che, al contrario, non sei riuscito a trattenere e hai sputato fuori quasi in automatico. Ah, cazzo. Questione di riflessi.

Il bello di questi incontri è tutta la serie degli interrogativi che arrivano a frotte dopo. Del tipo, ma dove ho vissuto, che ho fatto fino ad adesso e cose del genere. Prendi a riflettere sull’intimo significato di naturalità e sulle mode di certi vini bla-bla-bla e via dicendo.

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Ci pensi dopo, mica durante l’assaggio; e non potrebbe essere altrimenti, ché mentre sei lì, faccia a faccia col tuo bicchiere, ti riesce assai difficile darsi una calmata e sei costretto ad arrenderti alla bellezza di una beva che si fa sempre più compulsiva. Capisci soltanto più tardi, mentre pensi e ripensi, mentre cerchi risposte a quegli interrogativi, che la grandeur di quella boccia sta (forse) proprio nella sua piccolezza, nel suo essere terreno. Un vino contadino disarmante nella sua essenzialità, ecco.

Cioè, dico, l’hai stappata dopo la forte delusione della prima boccia che era andata di tappo; nemmeno il tempo di metterla in fresco con l’estate che già bussa alle finestre (cose che ti toglierebbero la tessera dell’AIS all’istante) e non ha fatto una piega, anzi. Sempre pulito nei profumi, sempre composto, ché l’alcol – ti hanno insegnato – è generalmente la prima cosa ad andare in vacca (cit) in questi casi.

Schietto, sincero, lineare. Succoso il frutto, vivace il ricordo della viola, graffiante la china iniziale che riemerge dal fondo. Un rosso che non è soltanto un rosso da uve lambrusco grasparossa ma un modo di essere, direi, coerente con un’idea di vino-alimento. Assolutamente e tremendamente tracannabile, di quelli che la bottiglia ti dura al massimo mezz’ora e comunque meno del tempo che passi poi a chiederti come diavolo hai fatto, cosa che effettivamente è stata.

Un vino paradigmatico, insomma. Un manifesto di uve e di idee che racconta – dicono – l’uomo che io non ho ancora incontrato. Per adesso.

Grazie a Mauro Erro che l’ha stappata per me (e mi ha pure ricordato il millesimo ché io mica l’avevo annotato…)

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(5) Commenti

  1. Anche io devo ringraziare Mauro per avermelo nominato la prima volta. “Non fartelo scappare”, disse. Oggi, dopo qualche anno e tanti lambruschi in più è uno di quelli che mi tengo stretti. Sicuramente il mio riferimento. Viva Vittorio Graziano (e il suo gilet di pelle).

    1. Io penso proprio che farò un salto a Castelvetro.
      Se vuoi venire, sei il benvenuto!
      a.

  2. Ne vale la pena. Ah se ne vale la pena (e poi devo far scorta anche di “Ripa del Bucamante”). 😉

    1. Ecco, io gli altri suoi vini non li conosco.
      Ma dovrò pure assaggiarli, no!?
      🙂

  3. […] tutto, eh: il Fontana dei Boschi (ne avevo già parlato qui), il Ripa di Sopravento, se vi riesce anche quel rosso fermo millesimo 2013, che io -a ottobre […]

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