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Capolino Perlingieri: il sogno della caparbia Alexia

Alexia Capolino Perlingieri

Sono tornato al Casino Brizio, regno enoico di Alexia Capolino Perlingieri, mosso (anche) dalla curiosità di vedere qualcosa a cui non avevo mai incredibilmente fatto caso*. Sull’altare nella cappellina di fianco alla sala degustazione c’è una Madonna del Carmelo di cartapesta con in braccio il bambinello: entrambi hanno un chicco d’uva (rossa) tra le dita, segno ulteriore del profondo legame che unisce queste terre al vino.

C’era ovviamente il piacere di incontrare nuovamente una delle vignaiole più caparbie e toste che io conosca. Come potrei altrimenti definire una donna che, poco meno che trentenne, abbandona una vita in cui aveva soldi ma non tempo (cit) e un lavoro d’ufficio divenuto frustrante** per proseguire il sogno via via più concreto che era già stato della mamma Teresa Volla e – prima ancora – del nonno materno, avvocato con la passione per la terra e hobbysta del vino.

I vini di Capolino Perlingieri

Ho imparato in questi anni ad apprezzare i vini di Alexia Capolino Perlingieri per quello che sono: diretti, senza fronzoli, approcciabili, schematici, ma non privi di presa al palato, tutti con un vantaggioso rapporto tra la qualità e il prezzo (bonus). Guidata dal mantra boskovianovino buono è quando bottiglia finisce“, Alexia ricerca pulizia olfattiva e bevibilità attraverso vinificazioni lineari e senza artifizi: «sono vini senza make-up», ci ha detto durante i lavori per Slow Wine 2022.

Le nuove annate

Abbiamo assaggiato insieme tutti i vini in vasca, a poche settimane dall’imbottigliamento. Sarà un anno cruciale: niente più capsule di plastica e bottiglie ancora più leggere (dai 450 gr. circa attuali, si scenderà di altri 100 gr.), a riprova del fatto che Alexia lavora per ridurre ulteriormente l’impatto sull’ambiente delle proprie scelte, a partire da quelle più piccole in apparenza.

Per una volta non mi soffermo più di tanto sui bianchi (della Falanghina Preta 2020 e della 2021 che sarà vi dirò su Falanghina Republic), pur dovendo segnalare un Greco 2020*** di grande prospettiva, tambureggiante – as usual – per sapidità e allungo.

Cose ottime sembrano provenire dai rossi più semplici di casa, entrambi vivaci per tonalità violacee del colore e dinamica gustativa. Se però lo Sciascì 2021 è ormai una solida realtà (cit.), almeno da quando Alexia ha preso a lavorare le uve di scascinoso soltanto in acciaio, non posso non registrare un Brizio 2021 che m’è parso ancora più coinvolgente del solito. Dopo le iniziali perplessità, Alexia ha trovato la quadra: fare un vino da aglianico più “leggero”, semplice, che navighi sulle rotte dell’immediata piacevolezza più che su quelle dell’imponente austerità si può! Eccome se si può! Ci sono scorrevolezza e nerbo acido, ma anche succo, polpa e buona presenza: sarà in bottiglia da inizio marzo, aspetterò con curiosità di riassaggiarlo in primavera.

* mi ha aperto gli occhi – è proprio il caso di dire – Bruno de Conciliis nel suo “Nelle terre di Bacco” (Ed. dell’Ippogrifo, 2021), che tra l’altro fa a parole un puntuale ritratto di Alexia.

** «producevo carta ed il 90% di questa carta era per operazioni che non si sarebbero realizzate» (p. 141).

*** per la cronaca, esce un anno più tardi rispetto a Fiano e Falanghina (gli altri bianchi, in ordine di struttura).

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