etichette dalla campania, irpinia

Cantina del Barone e la Particella 928

Conosco poche etichette più evocative* di quella del cru Particella 928 del Fiano di Avellino di Cantina del Barone. Impossibile non riconoscervi la piccola vigna di forma trapezoidale, dalle cui uve provengono le circa 4 mila bottiglie prodotte annualmente, di fianco al noccioleto che da’ il nome alla contrada omonima di Cesinali.

Luigi Sarno ha la mia età, ma gli anni se li porta certamente meglio di me. E così pure le sue bottiglie, come avranno potuto constatare anche gli appassionati romani che la settimana scorsa hanno partecipato alla verticale storica. Sei annate del Particella 928 – dal 2009 alla 2014 fresca d’uscita – e due Fiano di Avellino pre-Particella che hanno raccontato il percorso di crescita di Luigi Sarno, enologo e vignaiolo (che, tra l’altro, se la cava benone anche in terra di Tufo con il greco), ormai più che una giovane promessa del Fiano di Avellino.

Ecco, in dettaglio, com’è andata.

Particella 928, Cantina del Barone

2014 (periodo della fioritura molto travagliato, pericolo peronospora, temperature medie più elevate rispetto a 2013 e 2015, poca quantità): più fiori (gialli e amari) che frutta, almeno all’inizio; mette in mostra, poi, un lato decisamente più solare, con profumi di limone. Sapido il sorso, il frutto resta sempre in primo piano, una lieve affumicatura. Bel colpo.

2013 (annata molto piovosa. Con ph basso e acidità sopra la media, s’è provato a dilatare la permanenza sulle fecce per dare qualcosa in più in termini di corpo): la nota floreale non si discosta molto dalle tonalità giallognole ma è più amara, c’è anche un po’ di vegetale. Per il resto, se il fumé è appena più pronunciato, sembra ben riconoscibile il timbro nocciolato. Il sorso è più grintoso (e non è soltanto questione di intensità). A fine serata, uno dei migliori nel bicchiere.

2012 (precipitazioni costanti tranne in agosto, quando non ha piovuto quasi mai. Picchi di 40 gradi in estate, piogge tutto sommato regolari): al di là del mancato riconoscimento della fascetta per il Particella 928 del 2012, bisogna parlare dei meriti di un bicchiere che oggi resta meno affascinante al naso, ma in bocca -ragazzi- è stupendo. Fa tanto Fiano, con una dinamica gustativa che acchiappa assai. Bonus, una nota quasi terrosa e di sottobosco.

2011 (scarse precipitazioni piovose tra maggio e agosto, 4 travasi all’aria, in più di qualche settimana si sono sfiorati i 40 gradi. Nel periodo della vendemmia, pioggia costante): la seconda bottiglia era decisamente più in forma della prima. Trova più ampiezza, al naso, con un profilo olfattivo meno “amaro” degli altri. C’è lo stesso attacco acido del 2013, forse un po’ di polpa in meno.

2010: anche in questo caso, meglio la seconda. Molto compresso sulle prime, si apre, poi, con il tempo. A bicchiere vuoto, uno dei più intensi. Il sorso ha carattere, non abbandona mai la frutta. Risponde presente anche a bicchiere vuoto.

2009: la prima annata del Particella 928, che sconta le difficoltà di un periodo vendemmiale caratterizzato dalla pioggia. Nonostante tutto, il colore paglierino conserva una bella luminosità. Qualche timidezza di troppo e una nota eterea appena fuori giri all’esordio. Al naso, profumi di fiori leggermente macerati, note floreali che fluttuano tra quelle dolci e alcune più amare. Nocciola, affumicato e agrumi in bocca, grande coerenza. Pulizia olfattiva.

Meritano un discorso a parte le ultime due annate degustate, soprattutto perché entrambe erano l’unico Fiano di Avellino prodotto, all’epoca, dall’azienda. Se il 1999 era praticamente ossidato** (ma sotto sotto c’erano delle bellissime note fungine e tartufate), il 2001, complice anche l’ottima annata (temperature basse in inverno, relativamente alte in estate, piogge regolari, uve sane), ha mostrato una tenuta sorprendente. Nessun cedimento al colore, non molla un centimetro nemmeno al naso, dove tra miele e ricordi idrocarburici emergono profumi di agrumi e scorze di limoni, a dimostrazione di una gioventù che va ben oltre l’età anagrafica. Chiude in allungo, sapido e fresco. Note vagamente burrose sul finale.

* una è certamente quella dei vini “base” di Vadiaperti.

** ho avuto modo di assaggiare bottiglie assai più in forma di questa.

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