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Assaggi sparsi da Terre di Vite

Ok, adesso posso dirlo: voi, assenteisti che sabato avete pensato bene (male!) di rimanere in città, avete fatto un grosso sbaglio! Il secondo atto di Terre di Vite è stato un successo. C’è chi giura sia stato anche meglio del primo, l’esordio del novembre scorso celebrato nel castello delle sorelle Conti in terra di Boca, che pure aveva fatto registrare il pienone.

Fatto è che dopo il forfait dato lo scorso autunno, mi sono attivato per organizzare una piccola spedizione in terra di Lambrusco. I presupposti per una grande giornata c’erano tutti: suggestiva la cornice (il castello Levizzano Rangone), eccellenti i diciannove produttori scelti «per il livello etico e qualitativo del loro lavoro». Non solo vino ma anche arte e cultura, eccellenze gastronomiche regionali, persone e idee, vite – appunto – e terre: quelle che ognuno dei produttori mostrava orgoglioso sul proprio banchetto.
Quattro sale costantemente e allegramente affollate di persone più un banco-vendita (dove alla fine ho comprato il Grumello Riserva Buon Consiglio 1999 di Ar.Pe.Pe.). Traffico intenso e rallentamenti un po’ dovunque ma soprattutto nella sala dove erano disposti – a ferro di cavallo e in ordine di provenienza geografica – i quindici produttori “ospiti”.
Alla fine della giornata, faccio la conta tra assaggi interessanti e sofferte, ma necessarie, rinunce visto l’inderogabile – ahimè – rientro a Milano in tarda serata. Ne ho scelti sette; capitolo a parte per i lambruschisti di cui vi parlerò a breve.
‘Villa Bucci’ Riserva 2006: la certezza. Sì, va bene, sembrerò scontato. Ma se avete un astice nel piatto che grida vendetta e cercate un vino con la V maiuscola, elegante, definito, straordinariamente complesso, minerale, sapido e magari impreziosito da un passaggio in legno, il verdicchio di Ampelio Bucci è quello che fa per voi! Da manuale: un grande bianco da invecchiamento, alla faccia di “quelli che il bianco d’annata“…
Pinot Grigio (?): l’estremo. Non chiedetemi l’annata: un’impresa raggiungere il banchetto di Dario Princic (tra i più perennemente affollati), impossibile parlarci se non facendogli le poste nel cortile quando scatta l’ora-sigaretta. Alla fine, quello che mi versano nel calice è un liquido ramato, a tratti scintillante di rosa, e me lo presentano come un pinot grigio. Straordinariamente espressivo, giocato su accese sensazioni pseudo-caloriche e ossidative. Un bicchiere impegnativo. La ricetta? Credo lunghe macerazioni, fermentazioni spontanee e anfore o contenitori del genere per la maturazione. Se lo becco a “Sorgente del Vino” (ad Agazzone il 6, 7 e 8 marzo) ci faccio due chiacchere…
“Antece” 2004: l’innovativo. Curioso come ero di provarlo e incitato da un naso entusiasmante, lo butto giù prima che Paola De Conciliis possa svelarmi l’annata. Stento a crederci quando lo fa: mineralità e freschezza sono ancora lì (a cinque anni e passa dalla vendemmia). Mi stupisco, ma non più di tanto; da buon campano, credo molto nelle grandi potenzialità evolutive dei bianchi di casa nostra. [Qualche minuto prima…] A giudicare dal colore (un dorato più intenso del solito) direi che è un friulano. «Macerazione a contatto con le bucce per circa una settimana e maturazione in legno», dice Paola. «Azz – dico io – sì, sembra proprio un friulano».
“Ariento” 2007: l’inaspettato. Mi dicono che a Massa Vecchia lo assemblano di solito con un 15% di malvasia di candia che, però, è venuta meno in questa vendemmia (i cinghiali ringraziano…). Certo è che a questo vermentino in purezza l’-ino va proprio stretto. Avete presente il bianco più o meno fruttato, floreale, costiero e beverino made in Liguria, Maremma o Sardegna? Ecco, non c’entra niente. Fermentazione “incontrollata”, «nel senso che decide la natura» dice Francesca Sfondrini. Colore dorato assai intenso, profumi di fiori e d’erbe appassite, un deciso accento metallico che ne marca il forte carattere territoriale.
Rosato I.G.T. Sicilia 2009: la sorpresa. Quasi mi prende un colpo quando sento che le bottiglie prodotte sono solo 750. Comincio a sudare freddo un attimo dopo, quando Giovanni Scarfone ammette che ne sono rimaste poche: ben 500, infatti, sono finite a New York (mannaccia! e pensare che ero lì un mesetto fa…). Niente male per un vino al debutto e per un’azienda giovane come Bonavita che è sul mercato da appena due anni. Leggermente abboccato, ha un sorso agile e scattante; al naso, dopo il primo impatto dolciastro, si susseguono in continuazione sensazioni di frutta e fiori, fresche, fragranti e non appesantite dal moderato uso del legno (pochi mesi in botti di ultimo passaggio). Chissà, forse un colpo gli è preso anche a lui…
Cirò Rosso Classico Superiore 2008: la promessa. In attesa della riserva che sarà sullo scaffale l’anno venturo, il rosso di A’ Vita è tanta roba, soprattutto al naso, elegante, tutto spezie e frutta rossa. In bocca è vigoroso. Il gaglioppo è uva ostica, specie se vinificata in purezza, aggiungi che per la tipologia “superiore” è necessario un grado alcolico più alto: quindi non stupitevi se l’attacco è di quelli tosti. Ha dalla sua un bel po’ di freschezza  e un prezzo molto competitivo (che non guasta mai…). Credetemi, il bello deve ancora arrivare…
“Boca” 2005: il fuoriclasse. Il rosso di punta di Christoph Kunzli ha tutto: è elegante, complesso e intenso al naso; è sinuoso, ricco, potente e lungo in bocca, con un accento minerale che rivela il forte legame con il territorio, con il porfido rosa dei vigneti dell’azienda Le Piane in quel di Boca così diverso da quello più scuro di Castello Conti a Maggiora, appena qualche chilometro più in là. Una gran bevuta, altroché, con grandissime potenzialità evolutive. Sulle spalle ha già tre anni in legno e uno di affinamento in bottiglia ma gli indizi di “lunga vita” sono evidenti. Sicuri di volerlo chiamare ancora “altro Piemonte“?

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