Pubblicato il 13 Gennaio 2016 | Nessun Commento

D’accordo, è ormai passato un mese ma non posso fare a meno di dirvi due cosette sulla serata trascorsa a Taurasi, insieme con il gruppo Slow Wine, ospiti di Alessandro Barletta, nella cantina del suo B&B Al Campanaro*.

Con la scusa di salutarci prima delle feste di Natale, abbiamo stappato qualche bottiglia del Taurasi Vigna Macchia dei Goti di Antonio Caggiano. Solo anni Novanta, dal 1994 (prima annata) al 1999. Una cosa francamente imperdibile, insomma.

Ecco qui gli assaggi (in ordine di apparizione). A seguire, alcune note a margine.

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1999: è elegante al naso, ma piuttosto compresso, sulle prime, al palato. Cioccolato, tabacco, tartufo, sottobosco, cenere; la frutta (melograno, prugna) arriva soltanto dopo. Il sorso è fresco, ha buon ritmo e il tannino è ben levigato; c’è un’ottima corrispondenza con le sensazioni olfattive. Un gran bel vino.

1998: non ha la stessa finezza del millesimo che lo ha preceduto, ma (forse) una maggiore complessità olfattiva iniziale, che però si dissolve gradualmente con il tempo. Ci sono più fiori, più frutta, più spezie e più balsami, una bellissima nota di gelso nero, più che un ricordo di caffè. Qualche perplessità per quei profumi -direi- “orientali”, che mi son sembrati esser dovuti più alla lavorazione in legno che non al vitigno stesso.

1997: m’è parso il bicchiere più indietro di tutti, specialmente al palato. Lo stile è più affine a quello del millesimo 1999 che non al 1998 e, nel quadro di una generale maggiore austerità, avverto note molto affascinanti di caffè e liquirizia, che ritrovo puntualmente al palato, ancora segnato dall’acidità e dal tannino. Si rivelerà uno dei miei preferiti.

1996: il bouquet dei profumi si compone di intense note balsamiche e floreali, anche qui -a tratti- quasi insolite, sulla stessa scia del 1998, millesimo cui somiglia molto in termini di stile. Il rapporto con il legno sembra essere più complicato, sotto sotto emergono dei sentori di china e rabarbaro di grande finezza. C’è di bello che riesce a mantenere una discreta tensione gustativa, grazie anche al buon corredo di acidità.

1995: dopo 20 anni c’è ancora un frutto dolce, il tannino è molto ben levigato. Sorso di bella soddisfazione, lunga persistenza. C’è un fil rouge con le annate dispari assaggiate in precedenza e si guadagna il podio.

1994: naso cotto e un po’ sporco, soprattutto all’inizio, ma con il tempo si fanno largo note di pasticceria e di caramella mou. Il sorso ha discreta energia in bocca ed è abbastanza coerente con l’impianto olfattivo. Resto con più di qualche dubbio per via del non ottimale stato di forma di tutte e due le bottiglie stappate. Dovesse capitarmene un’altra boccia a tiro, la aprirei senza esitazione.

Nessuna delle bottiglie stappate proveniva dall’azienda: Luciano Pignataro ha portato 1994, 1996 e 1997 (insieme ad un Salae Domini 1994), mentre 1998 e 1999 erano di Alessandro Barletta. Mancava il 1995, ma per fortuna esiste l’Oasis della famiglia Fischetti, uno dei pochi ristoranti della Campania a poter vantare una carta dei vini “profonda”, con verticali di vini bianchi e rossi del territorio.

Qualche problemino sulla tenuta dei tappi per le annate più vecchie (ma ci stava, per via di una conservazione approssimativa delle bottiglie); bene, invece, il 1995 e le ultime due annate.

Ho preferito i vini dispari: 1999, 1997 e 1995 (in ordine di personale preferenza), molto più simili tra loro, per impostazione, dei vini pari (1998 e 1996); o, almeno, così m’è parso. Discorso a parte per il 1994.

Qui, il resoconto di Luciano Pignataro.

* a due passi dal Castello Marchionale, teatro di molti eventi del vino che si sono succeduti, negli anni, nel capoluogo dell’aglianico campano.

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