Pubblicato il 18 marzo 2016 | Nessun Commento

A bocce ferme (cit.) ormai da un mese e passa, direi che l’esito più confortante della verticale del Terra d’Eclano sia stato quello di aver smentito, ancora una volta, il (falso) teorema del vino dell’enologo*, alla stregua del quale (anche, ma non solo) i vini di Quintodecimo sono stati talvolta etichettati e, anche superficialmente, liquidati come sempre uguali e noncuranti della diversità di ogni singola annata (oltre che criticati, nel caso specifico, per la scelta, opinabile ma legittima, di un posizionamento non comune per i vini campani).

Per il resto, tralasciando per un attimo ogni considerazione sulle dieci annate del rosso –per così dire- d’entrata** di Luigi Moio, confesso pure di essermi sentito (quasi) in imbarazzo e, a tratti, disorientato mentre il Professore si soffermava sugli aspetti più strettamente agronomici ed enologici, andando a sciorinare, con grande chiarezza e da abile oratore, nozioni così palesemente in contrasto con le presunte verità propinateci qua e là, da sembrare (quasi) rivoluzionarie. Curioso, non vi pare!?

Come quando, si diceva perplesso sui reali benefici di una vendemmia ad inverno inoltrato, (solo in apparenza) giustificata dall’epoca tardiva di maturazione dell’uva aglianico, che avrebbe, invece, come unico effetto quello di scombinare l’equilibrio gustativo tannino-acidità-dolcezza su cui si fonda un rosso di pregio come il Taurasi. O come quando, ripercorrendo le tappe di quella che è oggi diventata una vera e propria crociata, si diceva sorpreso del fatto che si fosse trascurato un aspetto decisivo nella (illogica) contrapposizione tra barrique*** e “botte grande”, e cioè che la prima è uno strumento enologico, utile -tra le altre cose- alla cessione di tannini “nobili”, mentre la seconda è un mero contenitore.

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Azzarderei, comunque, che la cifra stilistica del Terra d’Eclano sia la pulizia gusto-olfattiva, declinata nelle forme di un’eleganza affatto ingessata, con il tannino -vera e propria “ossessione” del Professore- mai urlante e, anzi, sempre levigato. Colori vivi, nessuna virata prematura verso sfumature granate o aranciate, in ossequio all’idea del vino che deve saper invecchiare, per quanto possibile, restando giovane.

Ma passiamo ai calici****.

2013: il colore è violaceo, profuma di mora, amarena e gerani. Il sorso è coerente, chiude molto puntuale con una piacevolissima nota amaricante.

2012: il quadro delle sensazioni odorose e gustative si arricchisce di sfumature più speziate. Trovo sia un vino paradigmatico: attacco “dolce”, con le note di arancia sanguinella che introducono un sorso levigato; chiusura ancora sulla frutta e su eleganti percezioni amarognole. Il mio preferito.

2011: i fiori, all’esordio, le spezie e, quindi, la frutta. All’olfatto perde qualcosina in finezza; in bocca c’è anche meno freschezza e il tannino, appena più pronunciato, finisce per scombinare un po’ l’equilibrio.

2010: in un crescendo di maggiore complessità, tra naso e bocca, arrivano le more di rovo ed una bellissima nota balsamica, che stempera la nota di cipria iniziale. Il sorso ha maggiore avvolgenza, ha polpa e stoffa, finale molto appagante.

2009: il profilo olfattivo è più austero, si avvertono profumi di tartufo e sottobosco. Il tannino è meno aggraziato, ma il sorso si scioglie dopo l’iniziale ritrosia, mettendo in mostra la sua vocazione gastronomica. Ancora una volta gradevolmente amaricante in chiusura. Figlio di un’annata difficile.

2008: un piccolo accenno di china, frutti scuri, dopo l’incipit iniziale – anche qui – “dolce”. Ha meno acidità, ma anche più balsamicità. Quello che si dice un vino pronto.

2007: profumi più “caldi”: ci sono la china e il rabarbaro. Un bel sorso, pieno e ricco, ma discretamente agile, nonostante la calura dell’annata.

2006: al naso, sensazioni di cipria, più spezie che non frutta, l’alloro e l’arancia rossa. Ha una discreta dose di acidità, ma è un vino complessivamente più sottile e gracilino, con una sua (diversa) eleganza, che -per la verità- si perde sul centro bocca (per la cronaca, nel 2006 Quintodecimo non ha imbottigliato il suo Taurasi).

2005: la prima bottiglia non sembra essere granché in forma, con la nota erbacea che va ben presto fuori giri. Meglio la seconda boccia, anche se al palato resta il tannino che spara subito; ne fanno le spese sia la durata che la piacevolezza della persistenza.

2004: primavera e autunno decisamente piovosi si traducono in un calice più greve, almeno al naso. Il sorso ha, però, un buon ritmo e si avvia alla piena maturità.

Tirando le somme, ho preferito l’impostazione stilistica delle ultime annate, diciamo dal 2010 in avanti, nelle quali – coerentemente con un generale alleggerimento della materia – l’impatto del legno mi è parso meno invadente di quanto non ricordo sia stato per le annate più vecchie assaggiate qualche tempo fa.

Detto che ora il Professore può contare su una squadra rodata, diciamo che non sarebbe male ritrovarsi a Quintodecimo per i vent’anni del Terra d’Eclano! 😉

Quintodecimo
via San Leonardo, 27 – 83036 Mirabella Eclano (AV)
Tel. +39 0825 449321
Fax. +39 0825 438978
mail info@quintodecimo.it

* figura che sembra aver assunto contorni quasi oscuri, al punto da essere vista, sempre più spesso, con diffidenza, quando non con sprezzo, da taluni vignaioli e da una certa parte di winelovers.

** l’appellativo suona ancor più ingeneroso, se si pensa che il Terra d’Eclano, oggi imbottigliato come Irpinia Aglianico DOC, è in odore di promozione a Taurasi DOCG.

*** i tre vini rossi di Quintodecimo*** – al Taurasi “Vigna Quintodecimo” si è aggiunto, dal 2009, anche il “Vigna Grande Cerzito“- vedono solo barrique nuove e semi-nuove. Questione di ambientamento, se vogliamo.

**** ne hanno scritto anche Pasquale Porcelli (leggi qui) e Teresa Mincione (leggi qui), che ripercorre puntualmente anche l’andamento stagionale di tutte le annate degustate.

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