Pubblicato il 25 Gennaio 2019 | Nessun Commento

C’è sempre più bisogno di belle storie oggigiorno e Valeria Bochi e Corrado Dottori ne hanno una stupenda da raccontare. Ammiro il loro coraggio, non vorrei sembrarvi banale, ma non deve essere stato facile lasciare Milano per mettere su (cantina e) famiglia a diverse centinaia di chilometri di distanza, nella campagna marchigiana.

Chissà che il nome scelto per il vino più importante, Gli Eremi (la riserva di Verdicchio, ottenuta dalla vigna che si trova nella famosa contrada San Michele), non abbia a che vedere proprio con questo loro nuovo status, lontani dal caos della metropoli milanese e rifugiati nella quiete solitaria di Cupramontana, luogo di origine dei genitori di Corrado e del nonno paterno, già in passato protagonista di una poco fortunata avventura nel mondo del vino.

Vi avevo già parlato degli altri vini de La Distesa, quelli, se vogliamo, meno celebrati. Ebbene, nella stessa serata organizzata da Porthos a Roma ho bevuto anche 4 diverse annate de Gli Eremi. Non le migliori in assoluto, tutte però innegabilmente importanti nella comprensione del percorso di storia liquida dell’azienda. Trascrivo di seguito, a futura memoria, qualche breve considerazione.

La verticale del Verdicchio Gli Eremi

la verticale

Curioso partire dal 2003 e dall’ammissione di Corrado: «se oggi è ancora qui con noi, è tutto merito di Sergio Paolucci». Insomma, quello era proprio il vino dell’enologo: c’erano i lieviti selezionati e la solforosa toccava livelli ben più alti di quelli odierni, ma il risultato, a distanza di oltre 15 anni dalla vendemmia, è sorprendente, anche in rapporto alle difficoltà di una delle annate più calde dell’ultimo ventennio. Si avvertono, specialmente in apertura, sensazioni burrose, di camomilla, caramella mou, ma il sorso è comunque tonico e discretamente rinfrancante.

Da una calura all’altra, il 2007 rivela a Corrado una verità già nota, per esempio, a gente del calibro di Lucio Canestrari e Ampelio Bucci: il verdicchio non può stare tanto sulle bucce e nelle annate calde comincia ad avere qualche problemino. La svolta avviene in quest’annata, nel modo di pensare il vino e nel passaggio alle fermentazioni spontanee. Quello che ritroviamo oggi nel calice è perciò tanto più interessante.

Si arriva al 2009 (magnum), millesimo agli antipodi rispetto ai due menzionati in precedenza, con un ulteriore piccolo cambiamento: il 10-15% della massa fa un po’ di macerazione. Niente di particolarmente spinto, sia chiaro, quel tanto che basta ad apportare maggiore spessore (c’è pure una nota amarognola in chiusura, ma la cosa non mi disturba affatto).

Infine il 2014 (magnum), almeno sulla carta la peggiore annata di sempre, dico da quando Corrado s’è messo a fare vino. Nebbia e pioggia tra agosto e settembre che manco a Milano, in compenso un ottobre meraviglioso. È forse qui che si rinviene la piena consapevolezza: «se puoi fare grappoli così sani in stagioni come questa, allora puoi farcela davvero». Al di là di una insolita nota di torrefazione all’esordio, è un vino luminoso, asciutto, salino, tonico, sa di mandarino, guadagna eleganza con il contatto con l’aria ed ha grande persistenza.

Peccato solo non fosse in scaletta Gli Eremi 2008 bevuto un po’ di tempo fa e mai più incrociato.

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