Pubblicato il 2 ottobre 2018 | Nessun Commento

Dovessi andare un giorno, spero presto, sull’Etna, non avrei dubbi e una puntatina da Frank Cornelissen vedrei proprio di farla. Il personaggio è di quelli che vale la pena conoscere ed io apprezzo i suoi vini molto più che un tempo. Cambiato io? Cambiati loro? Boh, forse un po’ tutte e due le cose.

Eviterei, nel caso, la domanda scontata sulla genesi dell’innamoramento, ovvero di come diavolo sia accaduto che un belga si mettesse a fare vino sulla muntagna. Comincerei invece col chiedergli che significa Susucaru*, a conti fatti nemmeno il suo vino più celebrato, ma certamente uno dei miei preferiti, che leggo esser stato prodotto per la prima volta nell’annata 2003 per consumo personale, finché l’importatore per il Giappone, rimasto folgorato dall’assaggio, non glielo comprò tutto.

Non un semplice rosato, perché potrebbe benissimo essere un rosso, al di là della trasparenze di un colore che è comunque piuttosto intenso. Straordinariamente ritmato e saporito, il Susucaru 2016 è un vino per il quale faccio fatica a immaginare qualcosa su cui non starebbe bene.

Pure più che un semplice “vino da sete”, crudo e rassicurante allo stesso tempo, a tratti selvaggio, chissà forse anche per questo ancor più interessante.

* uvaggio di malvasia, moscadella, cattarattoneretto mascalese.

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