Pubblicato il 15 Novembre 2019 | Nessun Commento

«Vitigni ancora poco noti ma che rispondono a precise caratteristiche, molto richieste: profumi intensi e caratterizzati, struttura non ridondante, bevibilità». È questo, secondo Riccardo Silla Viscardi, l’identikit dei rossi, rigorosamente da uve autoctone, che sono tanto ricercati all’estero.

«Che vitigni rossi abbiamo – si chiede il vice curatore della Guida essenziale ai vini d’Italia di Doctor Wineche sono profumati, non troppo tannici, o almeno dal tannino gestibile e che non siano super concentrati»? Non pochi, effettivamente. Ma al di là di quelli enunciati nel post, me ne viene in mente uno, che mi è davvero molto vicino ed è così naturalmente di suo, seppure forse abbia numeri meno significativi degli altri per etichette prodotte.

Parlo della Camaiola, o della Barbera del Sannio, da cui si ottengono vini dal profilo sensoriale – «colore rosso rubino intenso, con evidenti riflessi violacei. Olfatto ricco di frutta rossa matura, frutti del sottobosco e rosa, con accennate note vegetali. Sorso pieno, intenso, morbido, poco tannico, con finale ricco di frutta», si legge sul sito del Consorzio Sannio – direi perfettamente sovrapponibile a quello tratteggiato da Silla Viscardi. «Un vino antico, che però si ripropone con modernità», come ha osservato giustamente il sindaco Mario Scetta durante il Camaiola Day del marzo scorso a Castelvenere; «leggero, profumato, abbinabile al cibo, immediatamente riconoscibile anche se non si è esperti di vino», come invece ha a più riprese evidenziato Luciano Pignataro. Uno di quei «rossi dal peso leggero», per dirla alla Giampaolo Gravina, di cui tra l’altro ho parlato spesso e volentieri anche io.

Tanto più che nel caso specifico, e magari dopo che sarà perfezionato l’iter di riconoscimento del nome della varietà (che si è ormai dimostrato essere tipica di Castelvenere e cosa diversa dal clan delle Barbera piemontesi), si realizzerebbe anche il vantaggio aggiuntivo prefigurato sempre da Silla Viscardi: «l’utilizzo di un vitigno autoctono, con le caratteristiche richieste dal mercato estero, permette anche di smarcarsi da certe logiche deprezzanti, e di posizionare il nuovo vino adeguatamente. Una bella possibilità da sfruttare».

Ecco, appunto. Forza!

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