Pubblicato il 8 maggio 2017 | Nessun Commento

La pattuglia di aziende sannite non era foltissima, ma la stampa straniera presente all’ultima edizione di Campania Stories ha comunque apprezzato, tra gli altri, anche i vini del Sannio e, in particolare, la Falanghina del Sannio.

È il caso di Bill Zacharkiw, che nel suo articolo su Montreal Gazette ha elogiato gli ottimi vini bianchi della Campania, regione (purtroppo) ancora poco conosciuta all’estero, ma che vanta 2 DOCG e ben potrebbe averne pure un’altra.

Grappolo uva falanghina

Il riferimento è alla Falanghina del Sannio (e, in particolare, quella della sottozona Taburno): «the real joy, however, is in the texture and a very sneaky salty mineral note. These wines make you thirsty because of their mineral quality».

L’auspicio del giornalista canadese è che, per il futuro, vi sia una maggiore possibilità di scelta in Canada, dato che le uniche due Falanghina del Sannio presenti nella selezione della Société des alcools du Québec sono quelle di Fattoria La Rivolta e La Guardiense.

Pubblicato il 5 maggio 2017 | Nessun Commento

Scorrere la timeline di Twitter, anche se non più di frequente come un tempo, è sempre un esercizio interessante per capire quello che succede nel mondo del vino e soprattutto nei posti più lontani da noi.

Così, stamane mi sono imbattuto nella foto sotto. D’accordo, la cosa non è una novità assoluta (già quasi un anno fa L’Espresso scriveva che il vino in lattina è molto diffuso, ad esempio, negli Stati Uniti). Ma io di lattine così non ne avevo mai viste.

Lila Wines

La firma è di Lila Wines, azienda che -leggo sul sito internet-  commercializza «light, refreshing premium wine varietals in a ready-to-chill can» e che nel 2017 ha presentato «your favorite premium wines on the go – no corkscrew required», ovvero un rosé francese, il Pinot Grigio e lo spumante italiani, qui in vendita on line a 15 dollari per confezione da 4.

Il packaging è carino, l’idea in sé è stuzzicante. Vuoi mettere poter prendere due lattine e infilarle nel frigo portatile, portarle in spiaggia e poi stapparle così, al volo. Però, boh.

Voi che ne pensate?

[photo credits @TheWineStalker – via Twitter]

Pubblicato il 3 maggio 2017 | Nessun Commento

Napoli e Caserta non sono mai state così vicine in fatto di pizza e c’è anzi chi sostiene, forse esagerando un po’, che a Caserta abbiano messo la freccia. Di sicuro, se oggi è ancora difficile mangiare una buona pizza (per qualità dell’impasto e degli ingredienti), ad esempio, nel mio Sannio*, si fa decisamente meno fatica nel casertano**.

Quella di Francesco Martucci si inserisce nel filone delle cosiddette pizze “a canotto” (cornicione più pronunciato, alta idratazione, lenta lievitazione e lunga maturazione) e ad un impasto di pregevole fattura, rispondono un topping di assoluto livello e combinazioni di odori/sapori affatto scontate. 

Consigliato da un amico, sono stato a I Masanielli sabato scorso per la prima volta. Una bellissima carrellata, iniziata con una napoletana da manuale. Poi, la tradizionale margherita con bufala ed una buonissima burrata, scarola riccia, pomodoro corbarino e filetti di tonno (al naturale, credo).

Ma le pizze che, a mio avviso, valgono da sole il viaggio (da Benevento, nel mio caso) sono due.

I Masanielli, Caserta

La prima è “mani di velluto“: i broccoli diventano una vellutata grazie all’acqua di governo della bufala e la nota amarognola ne risulta “ingentilita”. Poi la bufala, appunto, il pecorino (che -leggo in rete- essere quello calcagno di Casa Madaio) e la salsiccia di maiale nero casertano.

La seconda è quella nella foto, in pratica la versione aperta del ripieno di tradizione, ricotta e cicoli. La pizza viene dapprima fritta e poi infornata, creando un duplice effetto di asciugatura (dell’olio di frittura) e di concentrazione del sapore, con il boccone che esplode letteralmente in bocca. Buonissima.

In carta ci sono alcune etichette di vino (tra cui l’Asprinio di Aversa spumante de I Borboni) e una piccola selezione di birre artigianali. La Noscia di Maltovivo era finita, allora mi sono buttato sulla Tscho! (che non ricordavo essere così buona) e sulla Saison di Birra San Biagio (molto pulita, ma non proprio il mio genere).

Bonus: la Reggia è davvero a due passi. Un peccato non approfittarne.

I Masanielli
viale Abramo Lincoln, 27 – Caserta
T +39 0823 1230476
M pizzeriamasanielli@virgilio.it

Il Foro dei Baroni a Puglianello, Al Borgo a Molinara, Il Segreto di Pulcinella a Montesarchio.

** nel giro di pochi chilometri, ci sono Franco Pepe (Pepe in Grani a Caiazzo) e Pasqualino Rossi (Pizzeria Elite ad Alvignano). A Tuoro c’è Francesco Vitiello con Casa Vitiello, ad Aversa, invece, Gianfranco Iervolino con Morsi e rimorsi.

Pubblicato il 23 aprile 2017 | Nessun Commento

Complice il fascino dell’autoctono (ma non solo), abbiamo assistito negli ultimi anni alla riscossa del piedirosso*, che pare -quantomeno- aver dismesso i panni del “gregario”, pur non essendo stato registrato ancora un decollo dei consumi, almeno al di fuori dei confini regionali.

Storicamente utilizzato in uvaggio, allo scopo di smussare le spigolosità dell’aglianico (da cui si ottengono vini certamente più tannici e strutturati), il piedirosso è oggi sempre più di frequente vinificato in purezza.

Nel Sannio, in particolare, pur non mancando versioni più “cerebrali”, i rossi da piedirosso -scusate il gioco di parole- sono generalmente connotati da maggiori immediatezza e godibilità e rappresentano anche un’ottima alternativa di consumo su piatti a base di pesce.

Piedirosso Sannio Mustilli

La piacevolezza è, appunto, caratteristica comune alle due versioni di casa Mustilli**, in vendita anche sullo shop aziendale rispettivamente a 10 e 12,5 europei.

Il Piedirosso Sannio DOC 2015 è scarno, agile e succoso, ha volume alcolico contenuto (12,5%) ed è perfettamente in linea con il paradigma del vino rosso quotidiano (nella migliore accezione del termine).

Uguale vocazione m’è parso avere pure l’Artus Piedirosso Sannio DOC Sant’Agata dei Goti 2015 che sarebbe, invece, a tutti gli effetti un cru (le uve – leggo in controetichetta – sono quelle della vigna Santa Croce) e fa macerazione di circa 10 giorni, fermentazione alcolica e malolattica in vasi di ceramica. Mezzo punto percentuale in meno di alcol, ma -a conti fatti- un vino più rotondo e meno spigoloso dell’altro, un po’ più pieno, ma nondimeno scorrevole al palato e comunque rispettoso di una certa idea di piedirosso.

Ecco, non saprei misurare l’incidenza dei “clayver*** utilizzati per la vinificazione dell’Artus. La sensazione è che le differenze siano da rinvenirsi altrove, magari proprio nella provenienza delle uve. Ma toccherà verificare poi.

Mustilli
via Caudina, 10 – Sant’Agata De’ Goti (BN)
T: (+39) 0823 718142
F: (+39) 0823 717619
M: info@mustilli.com

* varietà esclusivamente campana, geograficamente localizzata tra il Sannio ed i Campi Flegrei, il cui nome deriva dal colore rosso dei pedicelli degli acini.

** nel mio caso, tutti e due campioni omaggio.

*** la storica azienda di Sant’Agata dei Goti è una delle poche campane ad aver iniziato la sperimentazione di questi innovativi contenitori in grès porcellanato.

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