Pubblicato il 24 Marzo 2020 | Nessun Commento

Da Torricino arrivano grandi conferme per il Greco di Tufo “Raone”, ma sono sempre più centrate pure le interpretazioni di fiano e aglianico.

Vi avevo già detto degli assaggi da vasca dei Greco di Tufo 2019 di Benito Ferrara, pareva brutto quel sabato pomeriggio non fare un saluto a Stefano Di Marzo. La sua Torricino, dal nome della località ove si trova la cantina, è appena fuori il paese di Tufo, lungo la statale che scorre parallelamente alla riva destra del fiume Sabato e conduce a Pratola Serra.

Stefano, che è anche il Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, ha fondato l’azienda nel 2002, fresco di laurea in enologia, ma il suo destino era segnato da tempo. Il papà Vitantonio, e prima di lui il nonno Federico, già vivevano di vino; la stessa botticella che Stefano conserva ancora in cantina era la retribuzione del nonno per il suo lavoro di mediatore per l’acquisto delle uve: «se non c’era quella, non tornava mica a casa».

Il lavoro degli ultimi anni sta dando i risultati sperati: non soltanto sul Greco di Tufo, che resta il vero e proprio core business (con circa 20 mila bottiglie all’anno), ma anche sul fiano e sull’aglianico, varietà – quest’ultima – a cui Stefano si è accostato con grande umiltà. Lo dimostra lo stesso nome scelto per l’etichetta di Taurasi (le uve arrivano dai vigneti di Paternopoli): Cevotiempo, non soltanto perché questo è un rosso che va per forza di cose aspettato, ma soprattutto perché «avevo bisogno di tempo per conoscere questo difficile vitigno e prendere le misure».

La vigna di greco in località Vignale a Tufo

Serrapiano

Le ultime bottiglie licenziate della selezione di Fiano di Avellino confermano quello che dicevamo appena sopra: Stefano non è più soltanto un grechista. Il nome – Serrapiano –  altro non è che una crasi tra la località ove è ubicata la vigna (Serra di Pratola, a 400 metri sul livello del mare) e “apiano”, che rimanda invece alla varietà utilizzata. La fermentazione si gioca sui tempi lunghi, a 18 gradi e con soli lieviti indigeni, e i risultati sono sempre più incoraggianti.

Il 2016, già “vino Slow” nell’edizione 2019 di Slow Wine, è un bianco alsaziano, per le note idrocarburiche e quella decisa affumicatura che nasconde il frutto giallo maturo. Il 2018, non ancora commercializzato, è già molto godibile: l’idea generale è quella di un vino più spigliato, ma non per questo meno aggraziato. Attenzione al 2019 (ancora in vasca, fino a giugno sulle fecce), che ha un’impronta floreale molto evidente, dal sorso elegante e ben articolato.

Raone

C’è poco da stupirsi ormai per le performance dell’etichetta di Greco di Tufo intitolata al principe Raone. Le uve, in questo caso, arrivano esclusivamente dalla vigna di circa un ettaro (nella foto, che risale al maggio 2018) che papà Vitantonio aveva impiantato nelle vicinanze delle miniere, in località Vignale, dove il terreno è calcareo-argilloso con evidenti venature sulfuree.

Il 2017, “vino Slow” nell’edizione dei dieci anni di Slow Wine, ci ha convinto anche in un’annata di eccezionale sofferenza per il greco. Il sorso è più voluminoso e le acidità taglienti della varietà appaiono sensibilmente ridimensionate, ma cavoli se funziona! Il 2018, in anteprima, è sicuramente più dritto e affilato, ma è il 2019 (da vasca) quello che ora come ora fa battere ancora più forte il cuore al sottoscritto: c’è lo spessore del 2017, ma anche l’esuberante acidità del 2018. A naso direi che non mi tradirà!

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