Pubblicato il 17 Giugno 2020 | Nessun Commento

Quanto tempo era che non bevevo i vini di Noelia Ricci!? Da quella serata romana in compagnia di Francesco Falcone e Giampaolo Gravina parlando di “rossi dal peso leggero“, due o forse tre anni fa, c’erano state poche altre occasioni. Ma ho potuto rimediare, e dunque grazie all’azienda che mi ha spedito una campionatura.

Il volto di questo progetto iniziato nel 2010 è Marco Cirese, credo ci fosse anche lui quella volta a Roma, ma la prima domanda resta la stessa: chi è Noelia Ricci? Alla nonna, donna carismatica e convinta sostenitrice delle grandi potenzialità del terroir di Predappio, Marco ha dedicato quella che è una costola della storica Tenuta La Pandolfa, prendendo ad occuparsi di 9 ettari vitati a sangiovese e trebbiano nella valle del Rabbi, appena sopra la linea dei calanchi.

I due Sangiovese di Noelia Ricci

La risposta alla seconda domanda che vi starete facendo, invece, è che quelli di Noelia Ricci sono vini che puntano più sulla finezza che non sulla potenza. Per dire, non c’è esasperazione nelle estrazioni, il focus è su freschezza e scorrevolezza, piuttosto che sull’alcol, e in quest’ottica vanno comprese la scelta delle vigne (tutte con esposizione nord/nord-est) e la natura stessa dei terreni (sabbiosi e ricchi di argille sulfiree e calcaree).

L’idea che già avevo dei vini di Noelia Ricci esce insomma ulteriormente rafforzata dall’assaggio delle due etichette da uve sangiovese, e prima ancora del bianco, questa sì una novità assoluta per il sottoscritto. Il Brò 2018 è un trebbiano vinificato con le bucce di pagadebit per 6 mesi: profuma di nespole e fiorellini di campo, ha una delicata balsamicità, preludio a un sorso semplice, ma tutto sommato efficace. Una di quelle bocce da stappare senza troppi pensieri, ecco.

Per quanto riguarda i due Sangiovese, va detto innanzitutto che non vedono affatto il legno (che è quindi un’altra precisa scelta di stile e di pensiero). Il Sangiovese 2018 è più fruttato e floreale, ha sorso scorrevole ma buona presa al palato. Il Godenza 2018, invece, è di fatto un cru, dato che i grappoli sono quelli di un vigneto specifico all’interno del podere omonimo: qui il quadro gusto-olfattivo si arricchisce di una speziatura più marcata e la beva sembra avere maggiore profondità, pur sempre “agile, succosa, dinamica“. Che è un po’ la sintesi di tutto, mi pare.

La risposta all’ultima, fatidica domanda? Bèh, qualche bottiglia di Godenza io, per non sbagliare, la metterei in cantina.

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