Pubblicato il 3 Settembre 2020 | Nessun Commento

Quando presentammo dieci anni di chiocciole Slow Wine a Benevento, la notizia dell’arrivederci di Nanni Cope’ era già circolata, e per questo scherzammo con Giovanni Ascione dicendo che aveva fatto un po’ come i Rem, smettendo all’apice di una folgorante carriera (nel suo caso di vigneron). L’assaggio in anteprima del bianco Polveri della Scarrupata 2018 fu poi un’altra scintilla e promisi a me stesso che sarei presto andato a trovarlo.

Ci sono riuscito soltanto venerdì scorso, e ammetto che è stata una sensazione strana quella che ho provato arrivando a Vitulazio: non c’è più l’acciaio, soprattutto non ci sono i tonneau che hanno da sempre “accompagnato” i vini, quei legni che Giovanni si premurava di bagnare costantemente, quasi fosse un anti stress naturale: «mi manca enormemente poterlo fare ancora».

In effetti non c’è nemmeno più la vigna del Sabbie di Sopra il Bosco, l’unica superstite è quella – bellissima, peraltro – di Pontelatone: fiano, per la maggior parte, con alcune piante ultracentenarie di asprinio e di pallagrello bianco*. Se nella vigna del Sabbie, però, era massiccia la presenza di arenarie di Caiazzo, la “scarrupata” – la chiamavano proprio così – insiste su un altopiano tufaceo con uno strato finissimo di polvere in superficie. A completare il quadro, un’altra differenza nient’affatto trascurabile: la vigna di Pontelatone è stata praticamente plasmata da Giovanni, che ha custodito le piante ultracentenarie a spalliera alta casertana e piantato il fiano, differenziando i porta innesti a seconda della composizione del terreno.

L’indomani, comunque, si iniziava a vendemmiare: un’annata importante per qualità e quantità, ma nemmeno questa volta, come già accaduto nello scorso millesimo, Giovanni avrebbe vinificato.

Vigna della Scarrupata

Il Polveri della Scarrupata

Si dirà che l’ultimo bianco di un bianchista convinto, se non altro per necessità («i rossi che piacciono a me non si possono più comprare a prezzi umani», ha confessato Giovanni), sia un vino francofono. E lo è, ma non solo perché il vino “nasce e cresce nel legno”: molto ha a che fare con il gorgogliatore che Giovanni ha tra le mani, un regalo di Bernard Focault, anima di Clos Rougeard: «me lo diede quando seppe che volevo cimentarmi con un bianco: perciò resterà per sempre con me».

Il Polveri della Scarrupata è semplicemente un vino buonissimo. Ha una grazia e un’armonia che si incontrano difficilmente nei bianchi di casa nostra. C’è densità, ma anche verticalità; la salinità (la stessa che ho assaporato nei chicchi d’uva in vigna) attraversa il palato e gli da’ slancio e leggerezza, benché il sorso non manchi di volume e sapore.

E i rossi?

Del riassaggio del R12, un anno dopo, dico qualcosa di già ampiamente noto: ha lunga gittata, riparliamone tra un bel po’. Mi soffermerei, piuttosto, sui Sabbie di Sopra il Bosco della Collezione Privata, millesimi 2015 e 2016 (che pure non scherzano in quanto a potenzialità evolutive, eh). Due vini così diversi, eppure così simili nel loro essere autenticamente “mediterranei”. Il primo, tra l’altro, fa addirittura più legno del secondo (48 mesi invece che 36), ed è più pieno e carnoso, decisamente meno affusolato e longilineo. Diciamo, ecco, che entrambi raccontano bene l’annata (semplificando: 2015 più calda, 2016 più fresca). Non solo, e qui sta il bello: sono due vini che hanno finezza è complessità, ma al tempo stesso facilità di beva, che è sempre l’unità di misura del successo (pure commerciale) di un vino, e di quelli di Nanni Cope’ in particolare.

* c’è anche un po’ di casavecchia, che finiva però nel Sabbie: dopotutto siamo nella culla di questo antico vitigno casertano, in quel “ferro di cavallo” con il Volturno alle spalle.

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