Pubblicato il 1 aprile 2017 | Nessun Commento

Sarà vero che “paese che vai, sangiovese* che trovi“, ma la capacità di mettere a proprio agio tutti (o quasi) mi pare sia virtù comune ai Sangiovese di ogni razza. Sicuramente adatti al lungo invecchiamento, i vini che si ottengono dal vitigno principe della Toscana sono buonissimi anche da giovani e, in generale, sanno (e fanno) stare bene a tavola.

Ho di recente partecipato ad una bicchierata sul sangiovese di Radda in Chianti. Una bellissima carrellata con i vini di Montevertine, impreziosita da un avvincente parallelismo tra quelli che erano i due cru dell’azienda del compianto Sergio Manetti: Le Pergole Torte (prima annata 1968) e Il Sodaccio (letteralmente “dove non si può piantare niente”, annata d’esordio 1972). Due strisce di terra in cima a un poggio, mi dicono, divise da una stradina, con esposizione e matrice geologica differenti (nord-est e sud-est; maggiormente ferroso, il primo e più calcareo, il secondo).

Ma andiamo con ordine.

Verticale Montevertine

alcuni assaggi

S’è iniziato con il Pian del Ciampolo**, che poi sarebbe il rosso d’entrata, ottenuto da uve sangiovese con un saldo del 10% di canaiolo e colorino. Se il 1996 è parso un po’ polveroso, pur profumato di caffè e torrefazione, con un’evidente nota vegetale, il 2014, al netto delle difficoltà del millesimo, è risultato succoso e decisamente più gioioso, uno di quei rossi da bere – perché no!? – anche con qualche grado in meno all’occorrenza.

Le Pergole Torte 1987 mostra, già al colore, le difficoltà di un’annata praticamente disastrosa, freddissima, bagnatissima, che costrinse Sergio ad arruolare persino l’allora diciassettenne Martino e i suoi compagni di scuola per vendemmiare in fretta e limitare i danni. L’approccio al naso è confuso, colpa di quella nota spiritata che fatica ad andar via. Vengono fuori, poi, profumi di frutta secca, caffè, alloro e tartufo, in un quadro – diciamo pure – autunnale. Il sorso tiene botta, anche grazie alla nota salina a centro bocca.

La coppia che chiude/apre il millennio merita un discorso a parte: la vendemmia 2000 inizia l’8 ottobre, mentre papà Sergio morirà il 14 novembre. Il Le Pergole Torte 1999 è un vino pazzesco, cangiante, pieno di sfaccettature. Il Le Pergole Torte 2000, che sembrerebbe promettere anche meglio con quell’impatto così dolce,  risulterà poi un vino meno ritmato, anzi più decadente, già a partire dal colore, meno squillante dell’altro.

Il Sodaccio 1990 (sangiovese e un saldo del 15% di canaiolo) conferma la fama di annata top. E pensare che nella sua prima annata – anno del Signore 1981 – il colore era talmente scarico che il vino fu giudicato “rivedibile”, con la conseguente irreversibile fuoriuscita dal Consorzio. Decisamente più nitido e disponibile al naso, i profumi di frutta rossa in confettura tradiscono un’età nemmeno lontanamente pronosticabile. C’è un bellissimo sottofondo balsamico, ogni cosa appare essere al suo posto. Alla fine, però, manca lo spunto e finisce per essere un vino quasi statico nella sua (quasi) perfezione. 

Non c’è partita, invece, per Il Sodaccio 1995, per quanto mi riguarda il vino della serata. Ha qualcosa che non so, è un vino che calamita l’attenzione, ha lucentezza, balsamicità e una nota quasi piccante in chiusura.

Il Sodaccio 1998 è stato l’ultimo mai prodotto, dato che la vigna venne poi espiantata per il “mal dell’esca”. Ha maggiore intensità e balsamicità, più vicino al 1995 che non al 2000 come impostazione, un bel bere ma, a conti fatti, un gradino sotto a mio parere.

* una delle dieci varietà maggiormente coltivate al mondo. Per un suo identikit, prendo a prestito le parole di Giampiero Pulcini«non da’ vini colorati, né particolarmente strutturati o tannici, tantomeno aromatici. Anche per questo è uno straordinario lettore territoriale, offrendosi, come pochi altri vitigni, all’individuazione delle diversità tra differenti areali di produzione».

** prodotto per la prima volta nel 1991, poi dal 1993 al 1996, nel 1999 e, infine, ininterrottamente dal 2002.

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