Pubblicato il 16 Ottobre 2019 | Nessun Commento

È stata grande festa a Montecatini per i dieci anni di Slow Wine, e il banco di assaggio nelle Terme Tettuccio – 600 e più produttori, oltre 1000 vini in degustazione – è stato, come al solito, molto affollato.

Ne ho approfittato anch’io, quando non ero in giro tra Campania e Basilicata, per assaggiare qualcosina. Ecco alcune mie note sparse.

I 250 collaboratori di Slow Wine sul palco del Teatro Verdi di Montecatini Terme

Prosecco. Oltre la glera c’è di più

Da quando i miei amici e parenti hanno scoperto il Colfòndo, le scorte non bastano mai. Quello di Frozza, in particolare, ha accompagnato tante merende, e così pure il Col dell’Orso (che resta una delle mie etichette preferite). Solo che per me Giovanni Frozza non aveva un volto. Ho potuto finalmente stringergli la mano e lui mi ha versato un goccio del Giovanin bianco frizzante 2016 e poi del Valdobbiadene Superiore Rive di Colbertaldo Brut 2018. Che spettacolo, ragazzi!

Oltre alla glera, ci sono altre varietà storicamente presenti sulle colline di Asolo e di Conegliano-Valdobbiadene. Con un saldo di uve rabbiosa, marzemina bianca, perera, bianchetta trevigiana, Bele Casel produce l’Asolo Prosecco Superiore Vecchie Uve 2016, un metodo Martinotti che tecnicamente si dice lungo, dal sorso teso ed agrumato, sempre elegante. Con l’apporto di perera, bianchetta trevigiana e verdiso, invece, Christian Zago produce un vino appuntito e minerale, il Rifermentato in bottiglia vigneto Mariarosa 2018, dal nome della zia proprietaria del fondo. In minoranza, ma presenti, le uve a bacca rossa: cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot compongono l’uvaggio del Montello e Colli Asolani Rosso San Carlo 2015 di Case Paolin. Credetemi, forse uno degli assaggi più buoni di giornata: floreale, balsamico, fresco ed elegante, sorso preciso e leggiadro. Particolare non da poco: un prezzo molto, ma molto competitivo.

Ancora bollicine

Sono passati diversi anni dalla mia visita a Casa Cecchin, ma ricordo ancora benissimo la cesta esagonale per il remuàge progettata dall’ingegner Renato. Che piacere, in un colpo solo, rivedere la figlia Roberta Cecchin e tornare a bere il Lessini Durello Metodo Classico Dosaggio Zero Riserva, nel caso specifico targato 2011: 75 mesi sui lieviti per una bollicina cremosa e al tempo stesso affilata, elegante e corroborante.

E l’Amarone?

Si confermano tra i miei preferiti i rossi della famiglia Speri, di cui ricordo ancora una fantastica verticale di Amarone della Valpolicella. Perché mi piacciono? Semplice: qui si cerca finezza, non si urla, si sa decidere di saltare l’annata, non si cerca il colpo ad effetto a tutti i costi. Il Valpolicella Classico Superiore Sant’Urbano 2016 è spettacoloso; grande stoffa poi per l’Amarone della Valpolicella Classico Vigneto Monte Sant’Urbano 2015.

Il nome a sorpresa, ma evidentemente soltanto per me, è quello di Nicola Ferrari aka Montesantoccio. Il Valpolicella Classico 2018 è semplice e succoso, davvero molto efficace, un vino senza troppi fronzoli e orpelli, che ha dalla sua poi una travolgente bevibilità. L’Amarone della Valpolicella Classico 2015 è un campione della categoria, lontano anni luce da certe versioni caricaturali: intenso, elegante, si lascia ricordare con facilità.

[credits www.slowfoodeditore.it]

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