Pubblicato il 26 Giugno 2019 | Nessun Commento

Devo ringraziare Antonio Ciabrelli: l’estemporanea verticale (2015-2012-2008) del Sannio DOC Barbera Repha’el — così all’anagrafe — che ho avuto il privilegio di vivere sabato scorso è stata bellissima. Ho messo nero su bianco alcuni pensieri del dopo, eccoli.

Antonio Ciabrelli e la sua Barbera del Sannio aka Camaiola

Uno. Le etichette di Fattoria Ciabrelli sono tutte dedicate ad un familiare, così la Barbera porta il nome – Raffaele – del (compianto) papà e del figlio di Antonio, come da manuale della zepponta*. Del primo l’allora ventenne Tonino raccolse il testimone sul finire degli anni Settanta; al secondo, studente di enologia a Conegliano, sta oggi passando la mano. Un vino ereditato dai padri, che viene ora tramandato ai figli: a loro il compito di custodire questo piccolo tesoro e valorizzarlo ancora di più.

Due. È stato recentemente dimostrato che quella storicamente diffusa nell’areale di Castelvenere e della valle telesina è una varietà con tratti assolutamente distintivi rispetto alle più celebri barbere piemontesi. La controetichetta del 2008 racconta appunto questa confusione più o meno involontaria: il nome del vitigno prevale addirittura, in fatto di grandezza dei caratteri di stampa, su quello della DOC Sannio e più sotto c’è l’indicazione di “vino autoctono” che scompare, poi, negli altri due millesimi.

Tre. Il vino che si ottiene dall’uva barbera (o camaiola, che dir si voglia) è il vero rosso del territorio viennerese: «da queste parti fa sempre molto caldo e l’aglianico fa più fatica, salvo che nelle zone meglio esposte e più alte. Per fare il mio Anthos (sarà un omaggio alla sua caparbietà, mi viene da dire), sono costretto a fare una rigorosa vendemmia verde, che significa tanti grappoli a terra. Roba che se mi vedesse mio padre mi prenderebbe a ceffoni». L’uva camaiola matura prima e non c’è tempo da perdere al segnale convenuto: «da quando l’uva lacrima hai al massimo 3 giorni di tempo, non di più. Te ne accorgi perché a terra, in vigna, ci sono tutti puntini creati dalla caduta delle gocce di succo». I vini che vi si ottengono rispondono perfettamente all’identikit del rosso contemporaneo: bevibile, dal tannino non particolarmente incisivo, ben disposto anche ad una veloce passata in frigo per combattere le calure estive.

Quattro. Non che l’invecchiamento valga a conferire dignità ad un vino, ma è chiaro che se Antonio Ciabrelli commercializza la sua Barbera 3/4 anni dopo la vendemmia (il millesimo 2016 sarà in vendita a partire da settembre prossimo) è perché crede nelle potenzialità di questo rosso di migliorare con lo scorrere del tempo. La 2008 e, in particolare, la 2012, stappate d’impeto e nemmeno sottoposte a chissà quale cura nella conservazione, sono emblematiche. Ecco, non saranno sufficienti a confutare la tesi (maggioritaria) di chi sostiene che la Barbera del Sannio vada consumata d’annata, ma qualche dubbio credo possano insinuarlo. La stessa 2008, che è quella che fa più fatica, paga più che altro lo scotto di un’annata caldissima, leggi 15 gradi e mezzo e anche qualcosa in più di gradazione, non adeguatamente sorretti da spinta acida. Al contrario, il 2012 è in ottima forma e si piazza, a mio avviso, appena dietro lo splendido Armonico 2012 di Anna Bosco di cui pure avevo parlato qualche mese fa. C’è un po’ meno floreale, la tipica nota di geranio che Antonio giura fosse potentissima proprio nella 2008, ma a beneficio del tutto e del sorso, di buona progressione.

E chest’è.

*la tradizione di dare al figlio il nome del padre.

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