Pubblicato il 18 Dicembre 2009 | Nessun Commento

Ne ho già parlato qui, sul sito di Luciano Pignataro, e qui ribadisco: annotatevi questo vino!
C’è una cosa che apprezzo molto dei vini di Nicola Venditti. O meglio, tre: durevolezza, eleganza e coerenza, al naso come in bocca. Che sono poi pure i segni distintivi delle etichette, tutte riprese dai bei quadri della moglie Lorenza.

Prendete questo “Barbetta”, non più di 10000 bottiglie all’anno. Non si fa attendere, appena versato è tutta un’esplosione di profumi che inondano il calice e lì restano a lungo, sempre vivi, anche dopo che il vino se n’è già bello che andato. Si concede schietto, senza timori, regalando al palato le stesse eleganti sfumature di frutta e di fiori percepite all’olfatto. Nicola non ama particolarmente i vini da uve monovitigno e non ha perso occasione per ricordarmelo durante la visita in azienda che mi ero ripromesso di fare con la scusa di dover ritirare la bottiglia nr. 168 dell’edizione 2008 della “Raccolta e Racconti di vino notturno”.

Per questo vino, però, è diverso! E non solo perché vi è un’intera pagina sul sito internet dedicata al vitigno (che – per quanto a volte si faccia un po’ confusione – si chiama “barbera” ma è cosa ben diversa dalla più celebre famiglia di natali piemontesi). Porta il nome dell’antenato “Barbetta”; è il simbolo del legame forte con la tradizione contadina e dell’orgoglio di una discendenza familiare cui va il merito di aver contribuito a salvare dal flagello della fillossera negli anni ’30 diverse varietà autoctone (tra le quali – appunto – “barbera”, “grieco di castelvenere” e “cerreta”) che sono tuttora vinificate in azienda e che compaiono tra i filari del “vigneto didattico” nell’ “isola di cultura del vino”.

Negli ultimi mesi l’ho bevuto spesso. Prima a “Le Piccole Vigne”, nell’agosto scorso. Poi a Roma, in ottobre, alla degustazione di “Riserva Grande“; una decina di giorni dopo, a km 0, proprio all’Antica Masseria Venditti. E, infine, nel giorno di Tutti i Santi, sulla tavola di casa con la pasta al forno di mia zia Carolina. E ogni volta con grande soddisfazione!

Un calice pulito. I profumi hanno la stessa impronta briosa del colore violaceo acceso. Prevalgono i ricordi floreali, di gelsomino (dice Nicola), anche di geranio (dico io). Poi, piccoli frutti rossi e amarene; sullo sfondo, una nota erbacea. Un vino pronto, con un anno di affinamento in acciaio sulle spalle, al quale non si chiede certo un lungo invecchiamento. Con un tannino presente, che non è mica quello dell’aglianico di “Marraioli”, imbrigliato da una vibrante nota acida, fresco prima ancora che sapido. L’ingresso è relativamente morbido grazie alla nota alcolica che raggiunge i 13 gradi; gusto secco, intenso, con una decisa persistenza che ricalca fedelmente la trama olfattiva.

Di ottimo equilibrio, bella struttura e armonia, da godersi da qui a due/tre anni; un vino che proprio per queste caratteristiche di grande bevibilità, immediatezza e schiettezza ho eletto come uno dei miei vini preferiti, partner di sicuro affidamento per una grigliata estiva. Niente male davvero, intorno ai 10 euro sullo scaffale.

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