Pubblicato il 14 Giugno 2011 | 2 Commenti

Cos’hanno in comune? Niente, direi. Il nome e poco altro.

Ora vi spiegherei pure il perché, cioè ci proverei; ma prima permettetemi un ringraziamento a Caterina Andorno e Walter Massa per aver recuperato le bottiglie di questa interessante degustazione transcontinentale.

Le dieci barbera assaggiate qualche sera fa erano le stesse che sono state protagoniste di un riuscito evento svoltosi di recente a Nizza Monferrato, al quale ho dovuto dare forfait in extremis. Eh sì – i miei amici saranno più tranquilli – ogni tanto lavoro anch’io… 🙂

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Mi ci è voluto un mesetto ma alla fine sono riuscito a provarle tutte ed eccomi qui a parlarne. Non vi nascondo un po’ di delusione, soprattutto per le barbera americane (non so bene spiegarvi il motivo, ma me le immaginavo diverse...), ma a conti fatti è stata una bella degustazione. Un po’ per la ristretta compagnia che – si sa – facilita certi approcci (gruppetto ridotto – ahimè – più di quelle che erano le mie intenzioni visto che alcuni non hanno potuto comunque rispondere all’ultima chiamata fissata dopo uno-due-tre tentativi puntualmente saltati). Un po’ per il clima non ingessato ma serioso il giusto da permetterci uno sforzo intellettuale (?) finalizzato a focalizzare le sfumature dei vini in batteria. Un po’ perché il panel si è riunito a cena, rendendo così merito alla barbera e alla sua essenza (per quello che è il mio punto di vista): la bevibilità, intesa come capacità di stare, appunto, a tavola. In compagnia.

Bevibilità, ecco. Non una caratteristica di tutte e 10 le barbera prese in considerazione, bisogna dirlo. Soltanto 2, sotto questo aspetto, hanno convinto fino in fondo: la 4 e la 7. Parere unanime delineatosi con una certa chiarezza al termine della “cieca”, quando tutti eravamo alla ricerca di un vino da spendere per la cena. Non è forse questo un elemento decisivo per valutare la riuscita di un vino?

Su tutte, quindi, Barabba 2006 (Iuli) e Monleale 2006 (Vigneti Massa). Via via tutte le altre, inutile star qui a fare classifiche: non era certo questo l’intento. Piuttosto, farei qualche considerazione.

Impossibile parlare di territorialità in senso lato per tutti e dieci i vini assaggiati, non avendo alcuna conoscenza dell’enoico mondo statunitense e, in particolar modo, californiano; sarebbe perciò (forse) preferibile parlare di riconoscibilità. Da questo punto di vista, le 5 barbera americane erano tutte – a modo loro – riconoscibili; a contrario, se vogliamo: più concentrate nel colore, tendenzialmente più cupe e ricche al naso, più muscolose e meno agili delle “cugine” italiane. Viceversa, queste ultime – come detto più facilmente riconducibili a un areale di provenienza (appunto perché meglio conosciuto) – erano generalmente meno ruffiane e più espressive (finanche nella semplicità di talune), soprattutto più godibili, salvo qualche eccezione.

Al di là delle differenze di clima, suolo, concezione del lavoro in vigna e in cantina (che si possono, allo stato, solo ipotizzare), i 5 vini del Nuovo Mondo sono apparsi più “pensati” dei 5 italiani. Benché il nome del vitigno sia lo stesso in Italia come negli Stati Uniti (in assenza anche di indicazioni sull’eventuale diversità di cloni), il vino che ne risulta è completamente diverso. Dato dal quale si potrebbe dedurre, a mio avviso, l’assoluta necessità di continuare la strada intrapresa, ovvero puntare sulla territorialità e sull’identità dei nostri vini.

Ecco le mie brevi note per ognuno dei vini degustati. Nessuna classifica, nessuna bocciatura imperativa e definita. Sensazioni, solo sensazioni:

Barbera 2007, Rosa d’Oro Vineyards
Il naso è cupo e intenso, profuma di frutta rossa, terra e gomma bruciata. Il finale leggermente amarognolo e, soprattutto, la predominante nota alcolica vanificano una certa succosità di fondo.

Barbera d’Asti DOC Sebrì 2007, Cascina Gilli
L’impatto iniziale è molto vivace, giocato sulla nespola e sul melograno; persistenza discreta ma non piacevolissima, un po’ per la nota amarognola finale, un po’ per l’alcol non perfettamente sostenuto dalla freschezza.

Barbera d’Asti Superiore Nizza Neusvent 2007, Cascina Garitina
I profumi sono più cupi, frutta rossa e terra, ma comunque di buona eleganza; in bocca il tannino “asciuga” ed è tanto vigoroso da finire per comprimere – insieme al legno, non ancora perfettamente integrato – il sorso. Meno freschezza, anche qui, di quanto ne occorrerebbe.

Barbera del Monferrato Superiore Barabba 2006, Iuli
Una lieve incertezza iniziale, poi il naso regala bei profumi di frutta rossa su uno sfondo balsamico. Il meglio viene fuori, ora come ora, in bocca: pieno, fresco e di buona salinità il sorso, lungo e pulito il finale. Ottima agilità nonostante una struttura mica da ridere.

Barbera 2009, PDC Wines 2009
Sull’eleganza al naso – anche questo più cupo – incide negativamente l’alcol appena sopra le righe rispetto al tutto. C’è anche un filo d’ossidazione, probabilmente. Il sorso manca della piacevolezza che ci si attenderebbe per via di una dorsale acida non proprio adeguata. Troppo in tutto.

Barbera 2008, Boeger Winery
Il colore è da premiare e lo differenzia dalle più concentrate connazionali. Buona eleganza al naso ma in bocca il problema è sempre quello: un sorso poco fluido che finisce per risultare appesantito.

Colli Tortonesi Barbera DOC Monleale 2006, Walter Massa
Il tannino, se vogliamo, è anche più potente ma quasi si avverte meno per via di una spiccata acidità. Per il resto, il naso è elegante, profuma soprattutto di frutta rossa e ha un che di balsamico. Succoso in bocca, buon allungo salino, bella progressione finale.

Barbera 2008, Muscardini Cellars
Anche qui il colore lascerebbe presagire minore concentrazione. Naso di discreta intensità, un po’ ruffiano, gommoso, con un nitido sentore di ciliegia. Ha discreta freschezza, non abbastanza però per reggere la struttura. Finale sull’amaricante.

Barbera d’Alba DOC Vigna delle Fate 2005, Varaldo
Bottiglia a mio avviso non perfetta anche se si intuisce (forse) una diversa concezione del lavoro in vigna. Il tannino slegato finisce per creare disturbo in chiusura.

Barbera 2008, Cooper Vineyards
Si difende al naso che ha, comunque, una discreta eleganza. In bocca, ahimè, gli manca sempre quel quid che ti spinge a prendere il bicchiere per la seconda volta e per le volte successive.

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Commenti

2 Responses to “Cos’hanno in comune la barbera americana e quella italiana?”

  1. A proposito di aglianico, “the next big thing” : stralci di vite
    Aprile 1st, 2014 @ 12:58

    […] cosa -e cioè che ci sia aglianico da qualche altra parte nel mondo- non mi stupisce più di tanto (ripenso, per dire, ai vini americani di #barbera2) ma mi incuriosce parecchio. Sarebbe davvero interessante provare. * «è il vitigno a bacca […]

  2. Falanghina in America? Oh, yes. — stralci di vite : stralci di vite
    Aprile 14th, 2016 @ 00:03

    […] In Texas c’è aglianico. In California producono vini da barbera (e non solo) e ora – udite udite – fanno anche la […]

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