Pubblicato il 21 Luglio 2010 | Nessun Commento

Non vi annoierò propinandovi le solite frasi già dette e ri-dette sul fatto che questo rosato abbia poco di quello che siamo forse tutti abituati ad immaginare. Piaccia o non piaccia, è un rosato. Punto.
Ce lo fa pensare il colore, rosato, ma nemmeno troppo se proprio devo dirla tutta; ce lo conferma la tecnica di vinificazione che contempla una brevissima macerazione sulle bucce, circa due giorni. È un rosato anche se il grado alcolico è di quelli che scottano, 14 gradi e mezzo; lo è anche se il vitigno da cui nasce è l’aglianico che sappiamo bene lì nel Vulture quali emozioni riesce a dare.

Ecco, sinceramente non credevo fosse mai stata esplorata una vinificazione rosè. E invece, a quanto pare, ci sono un paio di documenti – citati dal produttore nel suo sito – che confermerebbero la cosa. Anche per questo, la prova è encomiabile: soprattutto perchè, ipotizzando un’eventuale pressione del mercato in direzione del completamento della gamma, sarebbe stato più facile fare un rosato con qualcos’altro. Per farla breve, non è fatto tanto per.

Mi ha emozionato più in bocca che al naso, dove il legno – dodici i mesi in barriques di terzo passaggio dichiarati – si avverte di più. Per il resto, quattro mesi di affinamento in bottiglia e un naso molto elegante con i piccoli frutti rossi e l’amarena in bella vista, poi quasi  una sensazione di fragoline di bosco e – a seguire – una tenue speziatura di chiodi di garofano e un ricordo floreale.
Bouquet tipico, quindi; anche se è quando lo butti giù che non hai più dubbi: senti che è caldo, possente ma allo stesso tempo aggraziato, morbido come un buon aglianico del vulture deve essere e pure sufficientemente fresco.

Non è difficile immaginare ben altre attenzioni a tavola. Il problema, semmai, è attribuirgli un’identità: perchè se il rosato – a detta di molti – ha fatto sempre il paio con il gentilsesso, questo – così mascolino e virile – è tutta un’altra storia.

[foto tratta da http://www.appuntidigola.it/]

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