Pubblicato il 14 marzo 2017 | 1 Commento

Il mio papà è originario di San Pietro Irpino, una piccola frazione di Chianche (che é uno degli 8 comuni ricompresi nella zona di produzione) e per questo motivo in famiglia si beveva Greco di Tufo praticamente su tutto. Onnipresente sulla tavola di Natale, gli si chiedeva di dare sollievo al palato, tramortito (in ordine di comparsa) da insalata di mare, baccalà fritto, insalata di rinforzo, spaghetto a vongole, anguilla al sugo.

Le caratteristiche di grande struttura e sostenuta acidità – sintetizzate nella definizione di “vino bianco travestito da rosso” – fanno del Greco di Tufo un vino  pericolosamente gastronomico, consentendogli di disimpegnarsi egregiamente anche con gli abbinamenti più arditi.

Conferme, in questo senso, sono arrivate dalla verticale del Greco di Tufo di Sertura, che abbiamo gustato con i formaggi di Carmasciando, la pizza di Michelangelo Casale e, soprattutto, le carni (capretto e agnello, what else?) di Mario Laurino

Giancarlo Barbieri, Sertura

la verticale

Altre conferme arrivano anche dai 7 Greco di Tufo, tutti perfettamente integri  e in ottimo stato di forma (eccetto il 2011, che nel mio bicchiere era quasi mosso), degustati insieme a Giancarlo Barbieri, che nel 2008, dopo anni di consulenze agronomiche, ha impiantato un ettaro di greco a Prata di Principato Ultra e un altro a Santa Paolina.

Se il 2015 deve ancora farsi e il 2009 è un po’ appesantito nella beva (colpa di qualche dolcezza di troppo), il 2014 mi pare un’interpretazione molto territoriale, ricordandomi perché lo avevo così apprezzato durante le selezioni di Slow Wine 2017 (a proposito, avete comprato l’app?). Il 2013, che è l’annata d’esordio, profuma di mimosa, ma è penalizzato dalla nota alcolica quasi sganciata dal resto e leggermente prevaricante.

I millesimi 2012 e 2010 restituiscono due vini abbastanza simili per dinamica gustativa, con un sorso tendenzialmente più largo e spesso degli altri. Se il primo, però, svanisce piuttosto in fretta, il secondo ha il vantaggio di avere sapidità e freschezza a sufficienza per chiudere in allungo e stare bene a tavola.

Che è poi quello che vogliamo tutti dal Greco di Tufo, no!?

Sertura Società Agricola
via Circumvallazione, 39 – 83100 Avellino
T +39 0825 1910307
C +39 388 8992450 

Pubblicato il 28 febbraio 2017 | Nessun Commento

Se oggi possiamo godere dei vini di Cantina Giardino, è perché, ad un certo punto della sua vita, Antonio De Gruttola è riuscito a superare la paura della “consacrazione fiscale” (cit. Daniela, la moglie) e s’è messo a fare bianchi e rossi dell’Irpinia, a modo suo.

I numeri sono confidenziali, ma i vini di Cantina Giardino sono sempre più apprezzati e si trovano ormai quasi in ogni parte del mondo. I bianchi, se vogliamo, sono (forse) i vini più arditi e concettuali*, già a partire dai colori profondamente diversi da quelli paglierini e limpidini che Antonio – un passato da enologo per una grande azienda vinicola irpina – conosceva assai bene.

L’altra settimana a Roma – tutto esaurito a Il Sorì – Daniela e Antonio ci hanno presentato 4 diverse interpretazioni di aglianico. Come se non avessi già abbastanza motivi per programmare una puntatina ad Ariano Irpino, mi sono piaciuti. Il Nude, in particolare, si conferma un “vino del cuore”, uno di quelli che difficilmente me lo faccio scappare se lo pesco in carta da qualche parte.

Cantina Giardino

gli assaggi

Le fole 2012 (macerazione di 1 mese, maturazione in legno** e poi bottiglia)  è  un aglianico di una vecchia vigna di Montemarano. C’è una volatile abbastanza spinta, comunque integrata nel tutto. I profumi di ciliegia e fiori rossi vengono fuori appena dopo lo smalto, rosmarino e menta piperita ravvivano un quadro gustativo ed olfattivo altrimenti piuttosto semplice.

Drogone 2012 è un aglianico di Castelfranci. Macerazione più lunga e affinamento in legno per 3 anni, con 1 anno e mezzo di bottiglia, prima della commercializzazione. Colore più cupo, così come al naso, bocca slanciata, sorso intenso ed ugualmente rinfrescante.

Il Clown Oenologue 2012 è un vino “di rottura”, in pratica il risultato di tutto quello che non s’era quasi mai fatto in zona. Uso dei raspi e vinificazione in anfore di argilla (delle vigne di Montemarano poste più in alto), un anno di macerazione sulle bucce e un anno di botte, prima della bottiglia. L’approccio è un po’ complicato, soprattutto al naso, ma si lascia apprezzare per il sorso che, a conti fatti, non si discosta poi molto dalle espressioni più territoriali dell’aglianico irpino.

Della mia personale preferenza per il Nude 2007 ho già detto. Aggiungo che è vino che, a parere di chi scrive, bene riesce a sintetizzare le potenzialità dell’uva aglianico, efficacemente comprensibili soltanto nella “dimensione dell’attesa“. La vinificazione segue i canoni della tradizione***. Non c’è il portamento aristocratico di certi altri grandi rossi, ma la bocca è intensa e succosa e, soprattutto, lavora bene sul ragù napoletano preparato per l’occasione. Da una vecchia vigna prefillossera.

Cantina Giardino
via Petrarca, 21/B – 83031 Ariano Irpino (AV)
T/F +39 0825 873084
C +39 334 6083409 (Daniela)
E-Mail info@cantinagiardino.com

* lunghe macerazioni, nessuna aggiunta di solfiti, né filtrazioni né chiarifiche.

** solo legni locali. Nel caso specifico, castagno.

*** macerazione lunghissima con capello sommerso, fermentazione di 3 mesi, maturazione in legno per 6 anni e poi in bottiglia per 2/3 anni. 

Pubblicato il 21 febbraio 2017 | Nessun Commento

Nella domenica appena trascorsa, giorno della festa patronale di San Barbato, sono stato a Castelvenere per la potatura invernale del vigneto didattico di Antica Masseria Venditti.

Cappellino in testa e forbici in mano, grazie a Nicola Venditti e ai suoi collaboratori, abbiamo sperimentato in vigna l’importanza di una pratica destinata ad incidere non soltanto sulla prossima vendemmia, ma anche su quelle a venire.

Vigneto didattico, Antica Masseria Venditti

Ci siamo poi rifocillati con i piatti spiccatamente territoriali preparati da Donna Lorenza, che ha confermato le ottime doti in cucina, primeggiando anche nell’ormai tradizionale “disfida della scarpella*.

Nei calici, tutti i vini di Nicola Venditti, compresi Falanghina e Barbera della linea Assenza**, lanciati nel 2013, dopo un paio d’anni di segrete sperimentazioni. Nessuna aggiunta di solfiti, come si intuisce dal nome, con la combinazione di freddo e filtrazione appena prima dell’imbottigliamento, per eliminare lieviti e batteri, responsabili di possibili rifermentazioni e derive acetiche.

Devo darvi conto di una bellissima Barbetta Sannio DOP Barbera 2013, ancora più convincente dopo l’assaggio di Barbera Lab, del quale avevo colpevolmente tralasciato ogni resoconto. Ebbene, al di là della forte tipicità del bicchiere, che si esprime sui toni floreali di geranio, ho ritrovato un vino più disteso, con una beva ottimamente sorretta dalla freschezza. Ideale compagno a tavola, specialmente della scarpella.

Antica Masseria Venditti
via Sannitica 120-122
82037 Castelvenere (BN)
T +39 0824 940306
F +39 0824 1810858
masseria@venditti.it

* è la tipica lasagna carnevalesca di Castelvenere

** il nome si compone delle iniziali dei figli Andrea e Serena, oltre che del diminutivo della moglie Lorenza.

 

Pubblicato il 14 febbraio 2017 | Nessun Commento

Tra le cose che proprio non mi vanno giù, in fatto di vino, una è che i bianchi bisogna berli d’annata, l’altra è che i rossi con il pesce, proprio no.

Se oggi non è più un tabù bere bianchi (più o meno) invecchiati, vedersi stappare un rosso in accompagnamento a preparazioni (più o meno elaborate) a base di pesce è, invece, ancora inusuale. Eppure, non mancherebbero vini adatti allo scopo. Penso, per esempio, ai Piedirosso dei Campi Flegrei, spesso e volentieri abbinati, con successo, a zuppe di mare in rosso; o anche ai Rossese di Dolceacqua, da provare con il baccalà.

Thierry Puzelat

Sul tema, segnalo un riuscitissimo abbinamento, anche cromatico, sperimentato ad Osteria Arbustico* a Capodanno: astice, schiuma di provola e rapa rossa con Cheverny** Rouge  “La Caillère” 2015 di Clos du Tue–Boeuf, che per la cronaca è un pinot noir in purezza o quasi golosissimo, succosissimo e ruspantissimo (nell’accezione più positiva del termine).

Insomma, vino rosso e pesce si può eccome. Lo stesso produttore, al secolo Thierry Puzelat, sembra volerlo urlare in questa foto trovata sul web: aòò, avete capito?? 😀

* Valva sarà pure fuori mano ma dalla cucina di Cristian Torsiello (una stella michelin dal 2016) escono tante cose buone. Per esempio, un‘entrée di ostrica, patate e nocciola e un risotto (da manuale) allo zafferano, succo di cipolla e porcini. Al fratello Tomas, in sala, vanno invece i complimenti per le scelte affatto banali intraviste in cantina, che denotano sensibilità anche nel ragionato, ma non ostentato, ricorso alla letteratura più naturalista.

** denominazione della Loira di cui sconoscevo persino l’esistenza, sino a quando non mi sono imbattuto nell’ottimo Cheverny Rouge di Hervé Villemade, validissimo esempio di vino glu glu (cit).

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