Pubblicato il 23 aprile 2017 | Nessun Commento

Complice il fascino dell’autoctono (ma non solo), abbiamo assistito negli ultimi anni alla riscossa del piedirosso*, che pare -quantomeno- aver dismesso i panni del “gregario”, pur non essendo stato registrato ancora un decollo dei consumi, almeno al di fuori dei confini regionali.

Storicamente utilizzato in uvaggio, allo scopo di smussare le spigolosità dell’aglianico (da cui si ottengono vini certamente più tannici e strutturati), il piedirosso è oggi sempre più di frequente vinificato in purezza.

Nel Sannio, in particolare, pur non mancando versioni più “cerebrali”, i rossi da piedirosso -scusate il gioco di parole- sono generalmente connotati da maggiori immediatezza e godibilità e rappresentano anche un’ottima alternativa di consumo su piatti a base di pesce.

Piedirosso Sannio Mustilli

La piacevolezza è, appunto, caratteristica comune alle due versioni di casa Mustilli**, in vendita anche sullo shop aziendale rispettivamente a 10 e 12,5 europei.

Il Piedirosso Sannio DOC 2015 è scarno, agile e succoso, ha volume alcolico contenuto (12,5%) ed è perfettamente in linea con il paradigma del vino rosso quotidiano (nella migliore accezione del termine).

Uguale vocazione m’è parso avere pure l’Artus Piedirosso Sannio DOC Sant’Agata dei Goti 2015 che sarebbe, invece, a tutti gli effetti un cru (le uve – leggo in controetichetta – sono quelle della vigna Santa Croce) e fa macerazione di circa 10 giorni, fermentazione alcolica e malolattica in vasi di ceramica. Mezzo punto percentuale in meno di alcol, ma -a conti fatti- un vino più rotondo e meno spigoloso dell’altro, un po’ più pieno, ma nondimeno scorrevole al palato e comunque rispettoso di una certa idea di piedirosso.

Ecco, non saprei misurare l’incidenza dei “clayver*** utilizzati per la vinificazione dell’Artus. La sensazione è che le differenze siano da rinvenirsi altrove, magari proprio nella provenienza delle uve. Ma toccherà verificare poi.

Mustilli
via Caudina, 10 – Sant’Agata De’ Goti (BN)
T: (+39) 0823 718142
F: (+39) 0823 717619
M: info@mustilli.com

* varietà esclusivamente campana, geograficamente localizzata tra il Sannio ed i Campi Flegrei, il cui nome deriva dal colore rosso dei pedicelli degli acini.

** nel mio caso, tutti e due campioni omaggio.

*** la storica azienda di Sant’Agata dei Goti è una delle poche campane ad aver iniziato la sperimentazione di questi innovativi contenitori in grès porcellanato.

Pubblicato il 1 aprile 2017 | Nessun Commento

Sarà vero che “paese che vai, sangiovese* che trovi“, ma la capacità di mettere a proprio agio tutti (o quasi) mi pare sia virtù comune ai Sangiovese di ogni razza. Sicuramente adatti al lungo invecchiamento, i vini che si ottengono dal vitigno principe della Toscana sono buonissimi anche da giovani e, in generale, sanno (e fanno) stare bene a tavola.

Ho di recente partecipato ad una bicchierata sul sangiovese di Radda in Chianti. Una bellissima carrellata con i vini di Montevertine, impreziosita da un avvincente parallelismo tra quelli che erano i due cru dell’azienda del compianto Sergio Manetti: Le Pergole Torte (prima annata 1968) e Il Sodaccio (letteralmente “dove non si può piantare niente”, annata d’esordio 1972). Due strisce di terra in cima a un poggio, mi dicono, divise da una stradina, con esposizione e matrice geologica differenti (nord-est e sud-est; maggiormente ferroso, il primo e più calcareo, il secondo).

Ma andiamo con ordine.

Verticale Montevertine

alcuni assaggi

S’è iniziato con il Pian del Ciampolo**, che poi sarebbe il rosso d’entrata, ottenuto da uve sangiovese con un saldo del 10% di canaiolo e colorino. Se il 1996 è parso un po’ polveroso, pur profumato di caffè e torrefazione, con un’evidente nota vegetale, il 2014, al netto delle difficoltà del millesimo, è risultato succoso e decisamente più gioioso, uno di quei rossi da bere – perché no!? – anche con qualche grado in meno all’occorrenza.

Le Pergole Torte 1987 mostra, già al colore, le difficoltà di un’annata praticamente disastrosa, freddissima, bagnatissima, che costrinse Sergio ad arruolare persino l’allora diciassettenne Martino e i suoi compagni di scuola per vendemmiare in fretta e limitare i danni. L’approccio al naso è confuso, colpa di quella nota spiritata che fatica ad andar via. Vengono fuori, poi, profumi di frutta secca, caffè, alloro e tartufo, in un quadro – diciamo pure – autunnale. Il sorso tiene botta, anche grazie alla nota salina a centro bocca.

La coppia che chiude/apre il millennio merita un discorso a parte: la vendemmia 2000 inizia l’8 ottobre, mentre papà Sergio morirà il 14 novembre. Il Le Pergole Torte 1999 è un vino pazzesco, cangiante, pieno di sfaccettature. Il Le Pergole Torte 2000, che sembrerebbe promettere anche meglio con quell’impatto così dolce,  risulterà poi un vino meno ritmato, anzi più decadente, già a partire dal colore, meno squillante dell’altro.

Il Sodaccio 1990 (sangiovese e un saldo del 15% di canaiolo) conferma la fama di annata top. E pensare che nella sua prima annata – anno del Signore 1981 – il colore era talmente scarico che il vino fu giudicato “rivedibile”, con la conseguente irreversibile fuoriuscita dal Consorzio. Decisamente più nitido e disponibile al naso, i profumi di frutta rossa in confettura tradiscono un’età nemmeno lontanamente pronosticabile. C’è un bellissimo sottofondo balsamico, ogni cosa appare essere al suo posto. Alla fine, però, manca lo spunto e finisce per essere un vino quasi statico nella sua (quasi) perfezione. 

Non c’è partita, invece, per Il Sodaccio 1995, per quanto mi riguarda il vino della serata. Ha qualcosa che non so, è un vino che calamita l’attenzione, ha lucentezza, balsamicità e una nota quasi piccante in chiusura.

Il Sodaccio 1998 è stato l’ultimo mai prodotto, dato che la vigna venne poi espiantata per il “mal dell’esca”. Ha maggiore intensità e balsamicità, più vicino al 1995 che non al 2000 come impostazione, un bel bere ma, a conti fatti, un gradino sotto a mio parere.

* una delle dieci varietà maggiormente coltivate al mondo. Per un suo identikit, prendo a prestito le parole di Giampiero Pulcini«non da’ vini colorati, né particolarmente strutturati o tannici, tantomeno aromatici. Anche per questo è uno straordinario lettore territoriale, offrendosi, come pochi altri vitigni, all’individuazione delle diversità tra differenti areali di produzione».

** prodotto per la prima volta nel 1991, poi dal 1993 al 1996, nel 1999 e, infine, ininterrottamente dal 2002.

Pubblicato il 14 marzo 2017 | 1 Commento

Il mio papà è originario di San Pietro Irpino, una piccola frazione di Chianche (che é uno degli 8 comuni ricompresi nella zona di produzione) e per questo motivo in famiglia si beveva Greco di Tufo praticamente su tutto. Onnipresente sulla tavola di Natale, gli si chiedeva di dare sollievo al palato, tramortito (in ordine di comparsa) da insalata di mare, baccalà fritto, insalata di rinforzo, spaghetto a vongole, anguilla al sugo.

Le caratteristiche di grande struttura e sostenuta acidità – sintetizzate nella definizione di “vino bianco travestito da rosso” – fanno del Greco di Tufo un vino  pericolosamente gastronomico, consentendogli di disimpegnarsi egregiamente anche con gli abbinamenti più arditi.

Conferme, in questo senso, sono arrivate dalla verticale del Greco di Tufo di Sertura, che abbiamo gustato con i formaggi di Carmasciando, la pizza di Michelangelo Casale e, soprattutto, le carni (capretto e agnello, what else?) di Mario Laurino

Giancarlo Barbieri, Sertura

la verticale

Altre conferme arrivano anche dai 7 Greco di Tufo, tutti perfettamente integri  e in ottimo stato di forma (eccetto il 2011, che nel mio bicchiere era quasi mosso), degustati insieme a Giancarlo Barbieri, che nel 2008, dopo anni di consulenze agronomiche, ha impiantato un ettaro di greco a Prata di Principato Ultra e un altro a Santa Paolina.

Se il 2015 deve ancora farsi e il 2009 è un po’ appesantito nella beva (colpa di qualche dolcezza di troppo), il 2014 mi pare un’interpretazione molto territoriale, ricordandomi perché lo avevo così apprezzato durante le selezioni di Slow Wine 2017 (a proposito, avete comprato l’app?). Il 2013, che è l’annata d’esordio, profuma di mimosa, ma è penalizzato dalla nota alcolica quasi sganciata dal resto e leggermente prevaricante.

I millesimi 2012 e 2010 restituiscono due vini abbastanza simili per dinamica gustativa, con un sorso tendenzialmente più largo e spesso degli altri. Se il primo, però, svanisce piuttosto in fretta, il secondo ha il vantaggio di avere sapidità e freschezza a sufficienza per chiudere in allungo e stare bene a tavola.

Che è poi quello che vogliamo tutti dal Greco di Tufo, no!?

Sertura Società Agricola
via Circumvallazione, 39 – 83100 Avellino
T +39 0825 1910307
C +39 388 8992450 

Pubblicato il 28 febbraio 2017 | Nessun Commento

Se oggi possiamo godere dei vini di Cantina Giardino, è perché, ad un certo punto della sua vita, Antonio De Gruttola è riuscito a superare la paura della “consacrazione fiscale” (cit. Daniela, la moglie) e s’è messo a fare bianchi e rossi dell’Irpinia, a modo suo.

I numeri sono confidenziali, ma i vini di Cantina Giardino sono sempre più apprezzati e si trovano ormai quasi in ogni parte del mondo. I bianchi, se vogliamo, sono (forse) i vini più arditi e concettuali*, già a partire dai colori profondamente diversi da quelli paglierini e limpidini che Antonio – un passato da enologo per una grande azienda vinicola irpina – conosceva assai bene.

L’altra settimana a Roma – tutto esaurito a Il Sorì – Daniela e Antonio ci hanno presentato 4 diverse interpretazioni di aglianico. Come se non avessi già abbastanza motivi per programmare una puntatina ad Ariano Irpino, mi sono piaciuti. Il Nude, in particolare, si conferma un “vino del cuore”, uno di quelli che difficilmente me lo faccio scappare se lo pesco in carta da qualche parte.

Cantina Giardino

gli assaggi

Le fole 2012 (macerazione di 1 mese, maturazione in legno** e poi bottiglia)  è  un aglianico di una vecchia vigna di Montemarano. C’è una volatile abbastanza spinta, comunque integrata nel tutto. I profumi di ciliegia e fiori rossi vengono fuori appena dopo lo smalto, rosmarino e menta piperita ravvivano un quadro gustativo ed olfattivo altrimenti piuttosto semplice.

Drogone 2012 è un aglianico di Castelfranci. Macerazione più lunga e affinamento in legno per 3 anni, con 1 anno e mezzo di bottiglia, prima della commercializzazione. Colore più cupo, così come al naso, bocca slanciata, sorso intenso ed ugualmente rinfrescante.

Il Clown Oenologue 2012 è un vino “di rottura”, in pratica il risultato di tutto quello che non s’era quasi mai fatto in zona. Uso dei raspi e vinificazione in anfore di argilla (delle vigne di Montemarano poste più in alto), un anno di macerazione sulle bucce e un anno di botte, prima della bottiglia. L’approccio è un po’ complicato, soprattutto al naso, ma si lascia apprezzare per il sorso che, a conti fatti, non si discosta poi molto dalle espressioni più territoriali dell’aglianico irpino.

Della mia personale preferenza per il Nude 2007 ho già detto. Aggiungo che è vino che, a parere di chi scrive, bene riesce a sintetizzare le potenzialità dell’uva aglianico, efficacemente comprensibili soltanto nella “dimensione dell’attesa“. La vinificazione segue i canoni della tradizione***. Non c’è il portamento aristocratico di certi altri grandi rossi, ma la bocca è intensa e succosa e, soprattutto, lavora bene sul ragù napoletano preparato per l’occasione. Da una vecchia vigna prefillossera.

Cantina Giardino
via Petrarca, 21/B – 83031 Ariano Irpino (AV)
T/F +39 0825 873084
C +39 334 6083409 (Daniela)
E-Mail info@cantinagiardino.com

* lunghe macerazioni, nessuna aggiunta di solfiti, né filtrazioni né chiarifiche.

** solo legni locali. Nel caso specifico, castagno.

*** macerazione lunghissima con capello sommerso, fermentazione di 3 mesi, maturazione in legno per 6 anni e poi in bottiglia per 2/3 anni. 

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