Pubblicato il 4 luglio 2017 | Nessun Commento

A distanza di più di un anno dalla splendida verticale del Taurasi “Poliphemo”, sono tornato a Paternopoli da Luigi Tecce, in visita con la squadra Slowine capeggiata da Giancarlo Gariglio.

Nell’attesa di darvi conto degli assaggi che hanno accompagnato la cena, permettetemi solo una veloce segnalazione per questa etichetta, la cui vendita è destinata a sostenere la quinta edizione dello Sponz Fest 2017, che si terrà a Calitri dal 21 al 27 agosto prossimi.

Sponzyricon 2017, Luigi Tecce

Calitri, località già nota ai winelover per essere il terroir del fiano più alto d’Irpinia*, seppur fuori denominazione, è anche il paese natìo del papà di Vinicio Capossela, celebre e apprezzato musicista nonché ideatore di questa bellissima manifestazione, a cui io sono stato per la prima volta l’anno scorso e che – credetemi –  vale il viaggio.

Il tema di quest’anno è all’imcontre’r (rivoluzioni e mondi al rovescio) e un motivo in più per tornarci sarà, appunto, quello di poter comprare una delle 500 bottiglie numerate dello Sponzyricon firmato da Luigi Tecce.

Non si effettuano spedizioni, dunque se ne volete una alzate le chiappe 🙂 e fate rotta in Alta Irpinia.

* parlo del Don Chisciotte di Guido Zampaglione.

Pubblicato il 26 giugno 2017 | Nessun Commento

Ho appena iniziato a leggere Il vino capovolto, ultima fatica editoriale – indipendente, ça va sans dire – di Porthos.

Curiosi sia il titolo (che riprende quello de La dieta capovolta di Alfredo Vanotti), sia il sottotitolo (“la degustazione geosensoriale“, che non saprei dirvi cos’è). Gli “altri scritti” sono, invece, quelli che Sandro Sangiorgi ha messo via dalla pubblicazione de L’invenzione della gioia.

Il vino capovolto

Sono sicuro che non mi ci vorrà tanto per finirlo, intanto nella prefazione di Giuseppe Battiston ho già trovato una frase bellissima.

«A me non interessa essere rassicurato, voglio continuare a provare curiosità, paure, innamoramenti e delusioni; in una parola, voglio che il vino sia come me: vivo».

Che è poi appunto quello che voglio io dalla vita, prima ancora che dal vino.

Pubblicato il 14 giugno 2017 | Nessun Commento

Strana storia, quella dell’aligoté: varietà a bacca bianca allevata in Borgogna sin dal diciassettesimo secolo, ha quasi sempre vissuto all’ombra dello chardonnay. Un po’ quello che è accaduto (e accade ancora), per certi versi e con le dovute proporzioni, in Campania, con la coda di volpe, uva troppo spesso sbrigativamente relegata a ruolo di comparsa rispetto a fiano e greco.

A sentire Giampaolo Gravina, Jean Claude Rateau «è uno dei baffi più belli di Borgogna» e la sua azienda – cosa non proprio usuale da quelle parti – è pure agevolmente raggiungibile, grazie alla grossa insegna posizionata a vantaggio dei turisti.

Bourgogne Aligoté "Les Grands Bignons" 2015, J. Claude Rateau

Da circa 10 ettari di vigna (che scenderanno a poco più di 7 con i prossimi espianti), Jean Claude ottiene, in pari percentuale, bianchi e rossi. Tra i primi, c’è questo Bourgogne Aligoté “Les Grands Bignons” 2015, ottenuto con rese bassissime (25 hl/ha) da un vecchio vigneto ad alberello che si trova nella frazione non-mi-ricordo-il-nome alle spalle della cittadina di Beaune.

Secondo lo stesso Jean Claude, «vale uno chardonnay» ed io posso confermarvi che è così. Il vino ha un lato piacevolmente più ricco, favorito da un ragionato uso del legno, ma la buona dose di freschezza conferisce ritmo e slancio alla beva. Sa di agrumi, limone ed erbette, scende giù che è una bellezza, insomma – dice giustamente Giampaolo – tocca farne scorta. 

In Italia non è importato ma su internet si trova intorno ai 15/16 europei, spedizione esclusa. 

Ah, e dire che gli altri due bianchi bevuti nella stessa serata erano i più blasonati chardonnay Beaune Premier cru “Champs-Pimont” 2013 del Domaine Jacques Prieur (opulento e ancora imbrigliato, profumato di burro fuso, fiori di arancio, pepe bianco, caramello e noce moscata, gradevolmente balsamico) e il Clos des Mouches 1998 di Joseph Drouin (in generale più “avanti” della sua età, che ha però riscattato al palato qualche incertezza iniziale, dovuta anche alle speziature del legno e a profili ossidativi abbastanza marcati).

Pubblicato il 8 giugno 2017 | Nessun Commento

È diventata ormai una piacevole abitudine, quella di passare da Ciro Picariello a Summonte per farsi una primissima idea dei vini ancora in vasca.

Come quello che lo ha preceduto (qui l’assaggio in anteprima del Fiano di Avellino 2015), il 2016 è stato un millesimo piuttosto complicato, che ha fatto registrare un calo della produzione, a seconda delle zone, tra il 20 e il 40%.

Atto a divenire Fiano di Avellino 2016

Il bizzarro andamento climatico (con la gelata di appena qualche giorno precedente rispetto allo stesso mese di quest’anno) ha creato, insomma, qualche grattacapo. Ciro Picariello, per dire, che è già uscito con il millesimo 2016 dell’Irpinia Doc, non imbottiglierà, purtroppo, il cru Ciro 906

Le uve della particella che si trova proprio di fianco alla cantina, oltre a quelle di una vecchia vigna di un ettaro in località Campo di Maio, sempre a Summonte, sono perciò confluite nell’etichetta per cosi dire “base”.

Le prime sensazioni sono assai positive. Un vino piacevolmente citrino e agrumato, profumato di fiori bianchi, con un sorso saporito, innervato di sale e acidità, che sembra avere più slancio e grip.

Staremo a vedere.

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