Pubblicato il 19 aprile 2014 | Nessun Commento

Si dice spesso che nel calcio contano i numeri più che le prestazioni. I verdetti di fine campionato prescindono dal bel gioco messo in mostra durante la stagione e non accade così spesso che risultati e belle prestazioni arrivino insieme, i primi come diretta conseguenza delle seconde. Al netto del romanticismo o dell’estetismo più sfrenato, nel vino le cose vanno più o meno allo stesso modo: per molti  a contare sono anche – se non soprattutto – i numeri (di bottiglie vendute).

Tanto per restare in tema di numeri, ecco quelli di una recente indagine della Camera di Commercio di Monza e della Brianza: il brand Sannio Falanghina – “il tesoro del Sannio”, come giustamente titola Ottopagine – è nei primissimi posti in Italia per valore* e primo in Campania dove precede di un paio di decine di milioni di euro il Greco di Tufo. Manca – sorpresa ma nemmeno troppo – il Fiano di Avellino che è forse il vino campano oggi più apprezzato (evidentemente – se ne deduce – i numeri dicono altro).

Ha gioito il Consorzio con Nicola Matarazzo che parla di una strategia premiante nella quale, oltre al riordino delle denominazioni, «è stata fondamentale anche l’azione svolta dai produttori, che hanno qualificato maggiormente la loro produzione, hanno capito che avevano più interesse a migliorare la qualità». Ma la strada è ancora lunga e tocca continuare a lavorare con la stessa intensità per dare al Sannio la visibilità che merita e meriterebbe.

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Casca a fagiuolo, come si dice, questo tweet: giungono voci di una Taburno Falanghina Vendemmia Tardiva 2010 de Il Poggio stappata a Milano e di una bottiglia in splendida forma. Con annesso mio sospiro di sollievo visto che ne ho ancora un paio in cantina e, così stando le cose, potrò pazientare ancora un po’ prima di “tirargli il collo” (cit).

La cosa, poi, mi fa ancora più piacere perché di Carmine Fusco e della sua azienda se ne parla sempre troppo poco (ed è anche colpa mia che sono stato a trovarli in cantina ormai 3 anni fa e ancora ricordo con piacere quella giornata). Così, visto che fin qui non c’è mai stata occasione di farlo (ho soltanto dato di un rosato d’aglianico sempre più convincente), permettetemi una veloce segnalazione per la #falanghina di questa azienda torrecusana.

Poi mi direte. ;)

Azienda Agricola “Il Poggio” di Carmine Fusco
Via Defenze, 4 – 82030 Torrecuso (Bn)
Tel/Fax +39 0824 874068

* calcolato sulla base di alcuni parametri economici e di immagine, tra i quali i flussi del turismo enogastronomico, il valore dell’export del prodotto, la conoscenza del prodotto stesso all’estero e in Italia, il valore economico della zona di produzione.

Pubblicato il 1 aprile 2014 | Nessun Commento

In un editoriale del 2005 [che non ho trovato da nessuna parte in rete, qualcuno può aiutarmi?]  Robert “The Wine Advocate” Parker disse che l’aglianico era «the next big thing» e pronosticò un futuro non lontano in cui «sarebbe diventato il migliore vitigno a bacca rossa del mondo».

L’ho letto in questo post che, dopo aver snocciolato alcuni dati sull’aglianico*, riporta gli interventi di importanti wine writers durante il focus dedicato al “vitigno principe del Sud” (nell’ambito dell’edizione di Campania Stories appena conclusasi) che tratteggiano l’attuale percezione dei vini da uve aglianico sui mercati internazionali.

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C’entra davvero poco ma qualche ora più tardi mi sono imbattuto in questa foto** e quasi m’è preso un colpo a scoprire che c’è dell’altro aglianico su questa Terra. Quello che vinifica l’azienda Perissos in Texas, per esempio. Leggo sul sito internet: «since our first harvest in 2006, 80% of all the wines made at Perissos have been from Estate-grown fruit. The other 20% were grown by other Texas farmers. Why are we so deliberate and passionate about using only Texas grown fruit to make our wines?». Detto che il vino nella foto (millesimo 2012) non compare nella gamma aziendale, se ne deduce che l’aglianico è appunto coltivato anche lì in Texas.

La cosa -e cioè che ci sia aglianico da qualche altra parte nel mondo- non mi stupisce più di tanto (ripenso, per dire, ai vini americani di #barbera2) ma mi incuriosce parecchio. Sarebbe davvero interessante provare.

* «è il vitigno a bacca rossa di riferimento per tutto il sud appenninico, di gran lunga il più coltivato in regione, con oltre 7.000 ettari di vigna censiti su un totale regionale di poco superiore ai 20.000 (quindi oltre un terzo della superficie). Ma non solo. È il vitigno più “trasversale”, presente in tutte le province e in tutte le principali zone produttive della regione, è il più presente nelle gamme delle aziende campane: quasi 200 cantine propongono nei loro listini almeno un rosso a base aglianico, senza contare gli imbottigliatori».

** thx to @RedneckWineDude

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