Pubblicato il 6 dicembre 2018 | Nessun Commento

Più che un problema di amnesia digitale -la chiamano così, quella tendenza a “subappaltare la memoria ai dispositivi esterni, sempre disponibili e a cui possiamo ricorrere quando abbiamo bisogno”- è che io, semplicemente, me la prendo comoda con la post produzione delle foto scattate con la reflex (tante, troppe secondo i nostalgici delle vecchie camere). Per esempio, non avrei bisogno della foto di gruppo sotto per custodire il ricordo di un’altra bella chiacchierata alla tavola de I Pentri. Era fine ottobre.

Tanto troppo tempo era passato dalla mia ultima volta da Dionisio Meola e Lia Falato. Sono aumentate le bottiglie vuote sugli scaffali, ma non è cambiato molto altro, se non che è oggi sempre più prezioso il lavoro del figlio Alessandro, tanto giovane quanto esperto di cose di vigna (e -a quanto pare- tra le altre cose anche di funghi). Qui si fa agricoltura a 360 gradi, mica a parole, e si continuano a produrre grandi vini di territorio (perdonate l’uso del termine inflazionato).

Non è cambiata nemmeno la generosa e genuina ospitalità di questa bella famigliola. Aspetta che metto la tovaglia, dice Lia. Ti aiuto, fa Davide. Ok, ci sono i peperoni imbottiti di là. Ué, il pane l’ho fatto io. Datemi qualche minuto che preparo due* laine e le mangiamo coi fagioli. E così scorrono via veloci chiacchiere e bicchieri, lo sapete, no!? che il tempo vola quando si sta in buona compagnia.

Il tempo, lo stesso che è trascorso per l’Imbres 2009, blend di aglianico, sciascinoso e cabernet sauvignon, che ha oggi le fattezze di un rosso maturo, certamente più compiuto e meno ruvido di un tempo, nemmeno chissà quanto, e non ha comunque smarrito quel suo essere autenticamente quotidiano.

Poi c’è il Kerres, (ricordate!? ne avevo già parlato) dai grappoli di piedirosso di una vigna in località Santo Stefano di Vitulano. La bottiglia che gira per il tavolo non ha etichetta, tòh, gli avrei dato 4/5 anni, non di più. Macché. Solo che nemmeno con tanta immaginazione arriveresti a pensare che è un 2003. Dionisio si allontana e ritorna qualche minuto dopo con in mano un’altra bottiglia: oh, questo è un esperimento. Le uve sono quelle di un appezzamento nei pressi del Santuario dell’Assunta a Guardia Sanframondi e la peculiarità di questo vigneto è il terreno di argille bluastre. L’impressione, per la cronaca, è quella di un rosso (targato 2011) di maggiore austerità, ma staremo a vedere. Questo vino non è ancora pronto, volevamo capire, conclude Dionisio.

Figurarsi io, noi. Poi mi chiedono perché amo il vino.

* si dice due, ma è come dire un po’, qualcosa del genere.

Continua a cercare »