Pubblicato il 19 luglio 2016 | Nessun Commento

Parla Ciro Picariello: «oh! Io questa 2015 non l’ho mica capita ancora. Annata balorda. Strana, strana proprio».

Dopo una repentina concentrazione degli zuccheri, l’acidità ha cominciato a scendere. Il risultato? Raccolta anticipata al 5 settembre, complice una grandinata nei primi giorni del mese, per le uve generalmente utilizzate per la selezione Ciro 906 (che non sarà prodotta nel millesimo 2015) e che sono, invece, confluite nel Brut Contadino. Vendemmia il 15 settembre, ultimata in pochissimi giorni, per le restanti uve.

Ciro Picariello

Il Fiano di Avellino DOP 2015, assaggiato da vasca, racconta (adesso, almeno) di tonalità giallognole più accese del solito, un naso dove il fumé è più sfocato e sono, invece, più evidenti le sensazioni agrumate e citrine, di fiori bianchi. Il sorso sembra avere una maggiore “prontezza”, anche in termini di immediatezza nell’approccio.

Staremo a vedere cosa sarà.

Azienda Agricola Ciro Picariello
via Marroni, 18 – Summonte (AV)
Tel/fax +39 0825 33848
Cell. +39 347 8885625
mail ciropicariello65@gmail.com

Pubblicato il 13 luglio 2016 | Nessun Commento

Libero Rillo non se lo ricorderà di certo, ma quella volta che improvvisammo un’orizzontale di alcune bottiglie “base” di Aglianico del Taburno millesimo 2001 riuscii a strappargli una promessa: degustare qualcuna delle vecchie annate dell’Aglianico del Taburno Riserva “Vigna Cataratte”.

Anche per questo, la verticale di 9 annate a cui ho partecipato sabato scorso a Fontanavecchia è stata una bella emozione. Confesso pure di esserne uscito sollevato, confortato dalla qualità degli assaggi. Una bella iniezione di fiducia, dopo qualche recente delusione con altri Aglianico del Taburno.

il “vigna cataratte”

Quello della Vigna Cataratte* è stato il primo impianto “a spalliera” dell’azienda fondata da Orazio Rillo. Era il 1991. Poco più di 8 mila metri quadrati di vigna, esposti ad est, su terreni argillosi con marne calcaree affioranti e poche sostanze organiche. La prima annata risale al 1994.

In cantina Angelo Pizzi, uno che mastica parecchio aglianico e falanghina. Per la vendemmia, in genere, si aspetta la fine di ottobre. Fermentazione in acciaio a 27/28 gradi, permanenza sulle bucce di 10/12 giorni, malolattica subito a seguire. La maturazione in legno dura tra i 14 e i 20 mesi; poi, circa un anno di affinamento in bottiglia. Ovviamente, come non ha mancato di sottolineare lo stesso Libero Rillo durante la degustazione, nel tempo sono intervenuti molti accorgimenti: «sull’aglianico le cose da imparare sono tante e veramente ancora non abbiamo finito».

La produzione annua è di circa 5/6 mila bottiglie. La 2009 è già pronta, ma sullo scaffale c’è ora la 2008. Il prezzo medio in enoteca è di circa 18/20 europei.

Fontanavecchia, Vigna Cataratte

come è andata la verticale

Vigna Cataratte 2008: al naso si distinguono eleganti profumi balsamici, di prugne e spezie nere. Il finale di bocca è amaro, il sorso deve ancora sciogliersi. C’è di buono che fa 15 gradi e mezzo ma non sembra affatto. Merito dell’acidità, uno dei motivi per cui è lecito ben sperare per il futuro.

Vigna Cataratte 2007: anche in un’annata così calda, per fortuna, non sono mancate le escursioni termiche. Sembra avere maggiore complessità, tra toni balsamici e sfumature agrumate. Il sorso ha buona persistenza ed una gradevole scia sapida che allunga il finale tipicamente amaricante.

Vigna Cataratte 2006: c’è un tocco di fumé. L’impatto è più verticale, nel complesso si gioca più sulle durezze. Manca (forse) un po’ di struttura a contrastare l’acidità ed è per questo – credo – che il tannino è più esuberante. Finisce appena prima del previsto, chiama a gran voce il cibo.

Vigna Cataratte 2005: il colore è più evoluto. Il naso, un po’ polveroso, profuma di spezie, frutta macerata e sotto spirito. Il tannino fascia e non poco. Chiude, lungo e amaricante, sulle sensazioni di liquirizia.

Vigna Cataratte 2001: cangiante, passa dai profumi balsamici, di terra, cacao e liquirizia alle note di frutta rossa che sembrerebbero suggerire una certa gioventù. Il tannino è ben risolto, ma il sorso ha ancora tanto da dire. Insomma, chi cerca qui le morbidezze dell’invecchiamento rimarrà “deluso”. Questo è un rosso per cui il capolinea è ancora lontano. L’unica bottiglia che mi rimane in cantina l’ho promessa alla mia sorellina, per i suoi 18 anni.

Vigna Cataratte 2000: profumi di maggiore evoluzione al naso, che odora di tartufo e frutta sotto spirito. C’è una nota laccata (pungente soprattutto all’inizio), ci sono la canfora e sentori animali. Mancano il cambio di passo della 2001 e quell’idea generale di giovinezza.

Vigna Cataratte 1999: che sorpresa! Sembra aver trovato un discreto equilibrio, soprattutto in bocca, dove l’acidità lavora bene e il tannino è ben levigato. Note ematiche, di china, alloro, caffè. Finale intenso, sulla frutta secca.

Vigna Cataratte 1998: non lo assaggiavo da diverso tempo, l’ultima volta era stato durante una cena con Slow Food a Villa Pastenella. Si conferma un quadro olfattivo tendenzialmente più sporchino e meno vivo, (penso) per via di una dose minore di acidità. Il risultato è che anche il tannino finisce per risultare più astringente. Curioso come lo stesso Libero abbia tentato, in passato, di ritirarne diverse bottiglie, poiché non proprio convinto dell’annata, salvo poi stupirsi della tenuta negli anni di questo vino. Va più in larghezza che in lunghezza, a differenza del precedente, rispetto al quale ha più di qualche analogia olfattiva, pur essendo certamente meno complesso.

Vigna Cataratte 1996: il vino del giorno. Parte su toni metallici e  rugginosi, note di sangue e sandalo, la china, un che di balsamico a tenere sempre viva l’attenzione, quindi il mallo di noce, profumi di prugna. Finale molto lungo, tannino rotondo e sorso di rinfrancante acidità.

Capito perché «the real magic of Aglianico appears to the patient» (cit)?

Azienda Agricola Fontanavecchia
via Fontanavecchia – Torrecuso (BN)
Tel. +39 0824 876275
info@fontanavecchia.info

* il vigneto è stato recentemente espiantato.

Pubblicato il 6 luglio 2016 | Nessun Commento

A proposito di aglianicoleggevo i dati sui principali vitigni coltivati in Italia nel 2015*. Ebbene, la superficie vitata è di poco inferiore ai 10 mila ettari vitati (9.947 ettari), con un aumento esponenziale sul periodo 2010-2015 (+32,7%).

Il dato si riferisce a tutte le zone dove l’aglianico è coltivato, e quindi non soltanto alle regioni dei 3 vini a denominazione di maggiore pregio**.

Un'infografica di Wine Folly sull'uva aglianico

All’aumento della superficie vitata ad aglianico corrisponde una crescente attenzione della critica e dei consumatori stranieri. A dimostrazione di questa sempre maggiore considerazione, segnalo un’infografica pubblicata di recente da Wine Folly.

L’Aglianico del Taburno, in particolare, viene descritto così:

il più rustico (ma spesso anche quello con il miglior prezzo) tra gli aglianico a denominazione, offre profumi di cuoio, terra e gusto di erbe secche, frutti neri in confettura e tannini decisi.

* il sangiovese si conferma il Re del Vigneto Italia, con circa 53 mila ettari di superficie vitata (-24,7% rispetto all’anno 2010). Sorprendente il dato sul pinot grigio, unico vitigno internazionale a crescere in maniera importante (da 17 mila a oltre 24 mila ettari).

** Aglianico del Taburno e Taurasi, in Campania; Aglianico del Vulture, in Basilicata.

[credits Wine Folly]

Pubblicato il 29 giugno 2016 | Nessun Commento

Conosco poche etichette più evocative* di quella del cru Particella 928 del Fiano di Avellino di Cantina del Barone. Impossibile non riconoscervi la piccola vigna di forma trapezoidale, dalle cui uve provengono le circa 4 mila bottiglie prodotte annualmente, di fianco al noccioleto che da’ il nome alla contrada omonima di Cesinali.

Luigi Sarno ha la mia età, ma gli anni se li porta certamente meglio di me. E così pure le sue bottiglie, come avranno potuto constatare anche gli appassionati romani che la settimana scorsa hanno partecipato alla verticale storica. Sei annate del Particella 928 – dal 2009 alla 2014 fresca d’uscita – e due Fiano di Avellino pre-Particella che hanno raccontato il percorso di crescita di Luigi Sarno, enologo e vignaiolo (che, tra l’altro, se la cava benone anche in terra di Tufo con il greco), ormai più che una giovane promessa del Fiano di Avellino.

Ecco, in dettaglio, com’è andata.

Particella 928, Cantina del Barone

2014 (periodo della fioritura molto travagliato, pericolo peronospora, temperature medie più elevate rispetto a 2013 e 2015, poca quantità): più fiori (gialli e amari) che frutta, almeno all’inizio; mette in mostra, poi, un lato decisamente più solare, con profumi di limone. Sapido il sorso, il frutto resta sempre in primo piano, una lieve affumicatura. Bel colpo.

2013 (annata molto piovosa. Con ph basso e acidità sopra la media, s’è provato a dilatare la permanenza sulle fecce per dare qualcosa in più in termini di corpo): la nota floreale non si discosta molto dalle tonalità giallognole ma è più amara, c’è anche un po’ di vegetale. Per il resto, se il fumé è appena più pronunciato, sembra ben riconoscibile il timbro nocciolato. Il sorso è più grintoso (e non è soltanto questione di intensità). A fine serata, uno dei migliori nel bicchiere.

2012 (precipitazioni costanti tranne in agosto, quando non ha piovuto quasi mai. Picchi di 40 gradi in estate, piogge tutto sommato regolari): al di là del mancato riconoscimento della fascetta per il Particella 928 del 2012, bisogna parlare dei meriti di un bicchiere che oggi resta meno affascinante al naso, ma in bocca -ragazzi- è stupendo. Fa tanto Fiano, con una dinamica gustativa che acchiappa assai. Bonus, una nota quasi terrosa e di sottobosco.

2011 (scarse precipitazioni piovose tra maggio e agosto, 4 travasi all’aria, in più di qualche settimana si sono sfiorati i 40 gradi. Nel periodo della vendemmia, pioggia costante): la seconda bottiglia era decisamente più in forma della prima. Trova più ampiezza, al naso, con un profilo olfattivo meno “amaro” degli altri. C’è lo stesso attacco acido del 2013, forse un po’ di polpa in meno.

2010: anche in questo caso, meglio la seconda. Molto compresso sulle prime, si apre, poi, con il tempo. A bicchiere vuoto, uno dei più intensi. Il sorso ha carattere, non abbandona mai la frutta. Risponde presente anche a bicchiere vuoto.

2009: la prima annata del Particella 928, che sconta le difficoltà di un periodo vendemmiale caratterizzato dalla pioggia. Nonostante tutto, il colore paglierino conserva una bella luminosità. Qualche timidezza di troppo e una nota eterea appena fuori giri all’esordio. Al naso, profumi di fiori leggermente macerati, note floreali che fluttuano tra quelle dolci e alcune più amare. Nocciola, affumicato e agrumi in bocca, grande coerenza. Pulizia olfattiva.

Meritano un discorso a parte le ultime due annate degustate, soprattutto perché entrambe erano l’unico Fiano di Avellino prodotto, all’epoca, dall’azienda. Se il 1999 era praticamente ossidato** (ma sotto sotto c’erano delle bellissime note fungine e tartufate), il 2001, complice anche l’ottima annata (temperature basse in inverno, relativamente alte in estate, piogge regolari, uve sane), ha mostrato una tenuta sorprendente. Nessun cedimento al colore, non molla un centimetro nemmeno al naso, dove tra miele e ricordi idrocarburici emergono profumi di agrumi e scorze di limoni, a dimostrazione di una gioventù che va ben oltre l’età anagrafica. Chiude in allungo, sapido e fresco. Note vagamente burrose sul finale.

* una è certamente quella dei vini “base” di Vadiaperti.

** ho avuto modo di assaggiare bottiglie assai più in forma di questa.

Continua a cercare »
  • in onda qualche giorno fa

  • ultimi commenti

  • Tag