Pubblicato il 17 gennaio 2017 | Nessun Commento

L’Oregon – mi dissero – è terra di grandi pinot nero, ma in vita mia non ricordo di averne mai assaggiato uno. Potrei (forse) rimediare con quello prodotto da Alit Wines, il cui fondatore ha avuto l’idea di dichiarare il valore di ogni singola voce che contribuisce alla formazione del prezzo finale. Il tutto, beninteso, a vantaggio del consumatore.

Nel caso del Pinot Noir 2015*, il prezzo di 27,45 dollari è dato dal costo della viticoltura e dell’uva (5,66 dollari), della paga di 5 dipendenti (2,14 dollari), dei costi di cantina (3,31 dollari), del costo delle botti di rovere francese (1,11 dollari) e di quelli di imbottigliamento, etichettatura e scatole (2,88 dollari). Il profitto lordo è pari, invece, a 12,35 dollari (il 45% del totale).

Costo per bottiglia

Sul sito internet – dove, per la cronaca, è in vendita pure uno Champagne Pack, contenente anche una bottiglia di Champagne Blanc de Blancs (Champagne Petit & Bajan) – sono spiegate le ragioni della scelta di vendere esclusivamente on line. Cito: “Se vendessimo vino sui canali tradizionali, attraverso distributori e negozi, il nostro vino al consumatore costerebbe almeno 3 volte il suo prezzo“. 

Attenzione, campo minato. Qualcuno che voglia fare qualcosa di molto trasparente in proposito? 😉

* venduto a 100 dollari (compresa spedizione negli Stati Uniti) per confezione da 3 bottiglie.

[fonte www.winenews.it]

Pubblicato il 10 gennaio 2017 | 2 Commenti

La cosa difficile è stata innanzitutto capirne il nome. Ed in questo, devo dire, l’aiuto del collega che mi ha regalato questa birra de La Fucina è stato fondamentale.

Angelica sarebbe la giovane donna ritratta in mezzo a molti uomini, t-shirt bianca e braccia conserte, nella foto in bianco e nero in etichetta. Si intuisce che di angelico abbia ben poco.

La Fucina

La conferma arriva poco dopo, non appena versata nel calice questa birra ambrata e dall’alto tenore alcolico (quasi 9%), dallo spiccato gusto amarognolo in chiusura. Mi incuriosisce, leggendo gli ingredienti, la presenza dello zucchero caramellato, ma non saprei dirvi.

Sconoscesi (anche) tutto il resto, se non che Pescolanciano, dove si trova questo microbirrificio, non è poi così distante da casa mia.

Una sorpresa di fine anno. Ai punti, l’ho preferita rispetto all’altra che mi è stata donata – più leggera e chiara, più floreale e frittata, solo in apparenza più beverina – che risponde al nome di Liberi Tutti.

Pubblicato il 2 dicembre 2016 | Nessun Commento

Ora che anche Bibenda è stata presentata, con tanto di cena ipergalattica firmata Gianfranco Vissani, posso finalmente concludere il discorso sui vini del Sannio premiati nelle principali guide 2017 e soffermarmi brevemente sui riconoscimenti assegnati da Ais* e Fis ai vini della provincia di Benevento.

Vitae 2017 e Bibenda 2017

Dovrà ricredersi chi pensava di aver visto tutto con i soliti 4 “tre bicchieri” del Gambero Rosso, perché Vitae e Bibenda hanno fatto anche meglio – o peggio, dipende dai punti di vista 😉 – premiando sin dal 2010 quasi sempre gli stessi vini, anche dopo il divorzio ufficiale tra Ais e Fis.

Le uniche eccezioni sono di Bibenda. Nel 2015 (l’anno della scissione) ci scappa un secondo 5 grappoli, mentre nell’edizione 2017 sarà che quest’anno la Fis ha curato i seminari di Vinestate** – per la prima volta il massimo riconoscimento va ad un vino da uve falanghina, peraltro targato Beneventano IGT.

Bravi tutti, eh! Ma un po’ di fantasia noo?? 😀

* sono diplomato Ais, ma non più socio da alcuni anni.

** la tradizionale rassegna sull’Aglianico del Taburno che si svolge a Torrecuso.

Pubblicato il 14 novembre 2016 | Nessun Commento

Me la ricordo bene questa bottiglia di Capitel Monte Olmi. La comprai qualche anno fa, al termine della visita all’azienda della famiglia Tedeschi, nel cuore della Valpolicella  “classica”. Da allora, è rimasta coricata nella cantina di mia nonna, che è il posto delle bottiglie che penso (e spero) di conservare a lungo.

Il Capitel Monte Olmi è oggi la “riserva” di Amarone dell’azienda di Pedemonte di Valpolicella. L’etichetta è più o meno la stessa, ma nel bollino sul collo della bottiglia non c’è più l’indicazione dell’annata – nel caso specifico, 2004 – bensì il logo dell’associazione Famiglie dell’Amarone d’Arte.

Amarone della Valpolicella, Tedeschi

Un paio di settimane fa ho tirato il collo all’unica boccia che avevo, immaginando che un caro amico l’avrebbe apprezzata. E così, in effetti, è stato. È piaciuta anche ad alcuni altri commensali, ben disposti (forse) dall’essere l’Amarone ormai uno status symbol* o magari dal fascino di una vecchia bottiglia strappata al buio della cantina ancora impolverata.

Ecco, io non posso dire mi sia piaciuta. Al netto di una relazione complicata con la tipologia, con qualche eccezione**, tornassi indietro investirei diversamente la trentina d’euro -o giù di lì- che mi servirono per comprare questa bottiglia (tanto decantata quel giorno).

Pur complesso ed elegante al naso, m’è parso, di contro, un vino quasi caricaturale in bocca, appesantito da un residuo zuccherino credo importante e pure un po’ dall’alcol (16 gradi). Mi si dirà “perfettamente rispondente a un’idea di vino che oggi non è più”, ma la scintilla, nel mio caso, non è scoccata soprattutto per il suo essere “poco gastronomico”.

Che poi è questo il motivo principale per cui – non me ne voglia nessuno, manco Trump e Briatore 😉 – nella mia cantina ci sono sempre pochi, pochissimi Amarone della Valpolicella.

Agricola F.lli Tedeschi S.r.l.
Via G. Verdi, 4/A – 37029 Pedemonte di Valpolicella (VR)
Tel. +39 045 7701487
Fax +39 045 7704239
info@tedeschiwines.com

* non a caso Briatore ha regalato 3 magnum di Amarone della Valpolicella al neo Presidente degli Stati Uniti d’America.

** ricordo una bellissima verticale dell’Amarone della Valpolicella Monte Sant’Urbano di Speri, per dire.

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