Pubblicato il 14 settembre 2017 | Nessun Commento

Come la maggior parte dei winelover, devo dire di non nutrire grande simpatia per le “mezzine“. Dopotutto, tralasciando ogni considerazione su quale sia il formato migliore per l’invecchiamento, ma limitandoci al mero consumo, quello ideale mi sembra pur sempre il “magnum” (la bottiglia di 1,5 litri), specialmente «quando si è in due e uno è astemio» (cit.). 😀

Ammetto di essere rimasto sorpreso dall’entusiasmo di alcuni produttori per la mezza bottiglia. Tanto per restare nel mio Sannio, per esempio, Mustilli giura di fare numeri tutt’altro che trascurabili con la Falanghina delSannio nel formato da 0,375 litri e ci sta (forse) che la tipologia si presti meglio di altre ad un consumo di questo genere.

Anche Fontanavecchia (una delle 195 chiocciole di Slow Wine 2018), altra azienda di riferimento dell’areale beneventano, imbottiglia la Falanghina del Sannio in demi-bouteille. Alcuni mesi fa Libero Rillo mi regalò persino una mini verticale di 3 annate (nella foto il 2011), con indicazioni decisamente sorprendenti quanto ad integrità e soddisfazione in generale.

Falanghina del Sannio 2011, Fontanavecchia

Wine Spectator ha lanciato da un paio di giorni un sondaggio sul tema (Hello, Half-Bottles). Detto che al ristorante difficilmente scelgo una bottiglia da 0,375 litri, specialmente se posso bere bene al bicchiere, mi sembrano comunque interessanti le prime due opzioni tra le 5 disponibili, e cioè “quando voglio provare più vini” oppure “quando bevo da solo oppure sono l’unico a bere“.

E voi, invece, che mi dite? Sono davvero curioso.

Pubblicato il 6 settembre 2017 | Nessun Commento

Ho di recente assistito, seppur con certo distacco, alle ansie di alcuni miei colleghi, che avrebbero presto dovuto sostenere l’esame da sommelier, venendo più volte interpellato sugli argomenti -diciamo- più gettonati.

Parlando di sapidità, ad esempio, m’è parso scontato girare un semplice consiglio per un primissimo apprezzamento della sua entità: passare la lingua sulle labbra dopo l’introduzione nel cavo orale (azz, che tecnicismo…). 😀

Viktorija, Slavcek

Agli stessi colleghi ho pensato poi, appena qualche giorno dopo, mentre bevevo questo metodo classicodi ribolla (con un 10% di riesling italico, oltre 2 anni sui lieviti) – prodotto da Slavcek, cantina della Slovenia di cui sento dire un gran bene in giro, soprattutto per la ribolla tradizionale ferma – che avrebbe ben potuto spiegare il concetto.

Tra le altre sensazioni da annotare, per la cronaca, ci sono uno) l’intensità dei profumi (pesca bianca, in primis), distintamente percepibili anche a bicchiere vuoto; due) quella che in molti ormai non si azzardano nemmeno più a definire tale, cioè la mineralità.

Buono buono, credetemi. A poco più di 20 europei in rete.

Pubblicato il 29 agosto 2017 | Nessun Commento

Se prima erano tipici solo delle regioni più meridionali della Germania (Baden, Pfalz e poi Rheingau), oggi è possibile trovare Riesling (relativamente) secchi, se non addirittura secchissimi, anche in Mosella.

Io non me intendo, ma questo è quanto dice Margaret Rand in un articolo apparso su Decanter, che si chiude con 10 exciting dry and off-dry German Riesling wines.

Leitz Weingut

Tra i consigli, ve n’è anche uno prodotto da un’azienda – Leitz Weingut – di cui ho recentemente assaggiato, grazie a Massimiliano Argiolu, il buonissimo Rüdesheimer Berg Roseneck Spätlese* 2007, tutto erbette, limone e frutto della passione.

Un vino, così ottimamente sorretto da sale e freschezza, che riesce a fare quello che solo le grandi vendemmie tardive possono: essere dolce, senza scadere in pesantezze o ridondanze.

Per la cronaca, i vini di questa azienda del Rheingau sono importati in Italia da Buongiornovino. Quello di cui vi ho parlato costa 26 europei, esattamente quanto la versione dry appunto suggerita da Decanter.

* nella classificazione tedesca dei vini, incentrata sul grado zuccherino raggiunto dai mosti al momento della vendemmia, si tratta della tipologia a metà strada tra Kabinett e Auslese.

Pubblicato il 26 luglio 2017 | Nessun Commento

L’ultima volta a Cantine dell’Angelo è stata nel 2009. Il vigneto di Torre Favale era stato appena impiantato, ma quel giorno aveva piovuto e così non potemmo visitarlo. Angelo Muto mi disse che non ce l’avremmo potuta fare e solo a distanza di 9 anni ho capito il perché.

Salire a Torre Favale – appena un ettaro di vigna, uno dei primi siti vitati a greco sin dal 1700 – non è pensabile se non con un fuoristrada o un trattore. La strada attraversa il bosco e si arrampica fin su in cima, con un dislivello di un centinaio di metri. La gelata primaverile del 19 aprile scorso ha fatto qui meno danni che altrove, salvo che nella parte più vecchia e posta a minore altitudine, dove le viti sono “a raggiera“.

Irpinia Greco Torre Favale, Cantina dell'Angelo

Il cru Torre Favale è oggi uscito dalla denominazione del Greco di Tufo; questione di colore, innanzitutto. Lungi dal voler essere retorico, a me ricorda molto il Greco di Tufo che si è sempre bevuto a casa dei miei nonni, quello nelle classiche alsaziane che mia zia Carolina prendeva non so bene dove.

A pensarci bene, poi, c’è più di un’affinità caratteriale con il luogo da cui arriva questo vino, che alterna impennate di sale e un’acidità quasi citrina a passi più larghi e cadenzati, che scandiscono il sorso, spesso e materico, comunque scorrevole e mai ingessato.

Un vino da comprare e tenere via. 

Cantine dell’Angelo
via Santa Lucia, 32 – Tufo (AV) 
T +39 0825 998073 
C +39 338 4512965
M info@cantinedellangelo.com 

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