Pubblicato il 24 Aprile 2019 | Nessun Commento

Credo di non aver mai nascosto una certa predilezione per il Greco di Tufo, complici anche le assidue frequentazioni a cui sono stato da sempre abituato per via delle origini di mio padre, nato e cresciuto in una piccola frazione di Chianche*. Voglio dire, a casa mia lo si è sempre bevuto praticamente su tutto, a conferma del fatto che il Greco l’avrete sentita mille volte, no!?– è effettivamente “un rosso travestito di bianco“: ha acidità, colore, tannino, struttura.

Mentirei, però, se vi parlassi di un colpo di fulmine con il Greco di Tufo di Cantine dell’Angelo. Tutt’altro, ché il primo incontro – era l’estate del 2009 e Mauro Erro e Luciano Pignataro lo fecero esordire al festival “Grandi vini da piccole vigne” – mi lasciò piuttosto interdetto. La scintilla scoccò poi, soltanto dopo aver realizzato che questo vino aveva riscritto in un solo colpo buona parte della letteratura sul grande bianco irpino, offrendo un punto di vista originalissimo, tuttavia profondamente legato a quella parolina così tanto abusata, ultimamente, da finire praticamente svuotata del suo significato più autentico.

Territorio. Risulta infatti impossibile decifrare il lavoro di Angelo Muto – oggi unanimemente considerato uno degli interpreti più talentuosi della denominazione, forte anche del sodalizio umano e professionale con il “fianologo” Luigi Sarno – se non riportandolo alle peculiarità della zona di provenienza.

Il vigneto di Torrefavale domina dall'alto il piccolo borgo di Tufo

la doppia verticale

Quella condotta da Monica Coluccia a Roma per Buongiorno Vino, nella settimana che ha preceduto il Vinitaly, è stata una doppia verticale. Protagonisti sia il Miniere che il Torrefavale, il cru prodotto a partire dal 2012 dalle vigne nella località omonima (di cui una piccola parte ancora a raggiera), che domina dall’alto il piccolo borgo di Tufo e la valle del fiume Sabato. Capirete l’emozione di Angelo nel parlarne: lassù le viti di greco erano storicamente presenti e nel ricordo di papà Antonio, dal ripido pendio di Torrefavale -oggi raggiungibile solo a piedi oppure in jeep, sempre che il terreno non sia bagnato- si scendeva con gli asini.

I due 2017, in anteprima, raccontano un’annata difficile nel comprensorio di Tufo, segnata -come spesso purtroppo è accaduto negli ultimi tempi – da una gelata tardiva in aprile (la foto sopra l’ho scattata proprio qualche giorno dopo) che ha provocato un arresto vegetativo protrattosi sino a settembre, quando le piante hanno ripreso le proprie attività. Sia il Miniere che il Torrefavale sembrano non avere quella dorsale sulfurea che, in genere, ne marca invece i connotati sin dall’inizio. Il Torrefavale, anzi, gioca a fare il Miniere, finendo per essere meno generoso di quanto non sia di solito, specie all’esordio. Il Miniere, al contrario, mostra un lato più caldo e solare.

Ottime cose arrivano dal millesimo 2016, assai diverso ma pure questo caratterizzato dalle gelate tra il 19 e il 21 marzo. Il Miniere si difende egregiamente, con un finale puntellato di sale e agrumi; il Torrefavale promette grandi cose per il futuro, ha stoffa, allungo e progressione.

Mancano i 2015 (esauriti da tempo), allora sotto con i 2014, un’altra vendemmia mica semplice, seppur per motivi diversi: piovosa, fredda, il difficile è stato portare in cantina uve sane. Il sorso più diluito penalizza meno -se vogliamo- proprio il Torrefavale. Al contrario, il Miniere è più spesso, meno estroverso al naso, sottile ma decisamente persistente.

La 2013 è stata un’annata discretamente piovosa e la raccolta è avvenuta dopo il 20 ottobre, com acidità molto pronunciate. Foglia di limone al naso, lampone, bella spinta acida. Il Torrefavale ha odori e colori più intensi, il Miniere -in forma smagliante- va a segno con un sorso ritmato e salato, palpitante.

* uno degli 8 comuni della denominazione.

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