Pubblicato il 25 maggio 2016 | Nessun Commento

Fa bene al cuore vedere come la passione di Antonella Lonardo e Flavio Castaldo e quella di Chiara e Francesco Romano sia cresciuta nella dimensione del “noi”, con una sinergia di intenti tra le rispettive aziende – Cantine Lonardo (a Taurasi) e Antico Castello (a San Mango sul Calore) – impegnate nel fare qualità in un territorio che ha bisogno (anche) di essere comunicato nel modo giusto*.

A Chiara e Francesco Romano** (che ci hanno ospitato domenica scorsa nella loro azienda per una storica doppia verticale di Taurasi) devo fare, in particolare, i complimenti per aver realizzato quello che molti (e non soltanto in Irpinia, ma a Sud, più in generale) non hanno mai fatto, mettendo su una struttura polifunzionale, un’ampia sala con cucina e punto vendita, dimostrando di essere ben consapevoli dell’importanza strategica dell’enoturismo, (anche) come “chiave” per la fidelizzazione dei winelovers.

Il Taurasi di Antico Castello e Cantine Lonardo

A proposito della doppia verticale, premesso che i due areali di produzione delle uve sono alquanto diversi tra loro, m’è parso che i Taurasi di Cantine Lonardo aderiscano ad un’impostazione più rigorosa, a differenza di uno stile maggiormente improntato a canoni di “immediatezza”, che sembrerebbe esser proprio, invece, dei vini di Antico Castello (che, comunque, dimostrano un’ottima tenuta nel tempo). Più che buone, a mio avviso, le performance dei Taurasi “base” di Cantine Lonardo figli di annate difficili (mi riferisco al 2005 e al 2009) e del trio 2010-2011-2012 di Antico Castello (gli ultimi due millesimi non sono ancora in commercio).

La doppia verticale

Prima le etichette di Cantine Lonardo.

Taurasi 2004: profuma di radice, cenere, frutta rossa. La balsamicità avvolge anche il sorso, dove si ritrova la tostatura del caffè e una bella nota di ginger. Tannino “dolce” e ben levigato. Direi uno dei vini più eleganti della giornata, a tratti (forse) un po’ troppo sottile.

Taurasi 2005: polveroso. Profumi tendenzialmente più cupi (c’è la visciola, la frutta sotto spirito, un che di balsamico); a bicchiere quasi vuoto, compare una bella nota di torrefazione. Il tannino è certamente più esuberante, si beve con ottima soddisfazione. Finale amaricante.

Taurasi “Vigne d’Alto”*** 2007: il frutto sembra essere più giovane. Gelso, amarena, rosa e agrumi, radice. Vi è una maggiore pienezza gustativa, il sale distoglie il palato dall’astringenza del tannino e da’ ritmo alla bevuta.

Taurasi “Vigne d’Alto” 2008: all’inizio è un po’ compresso. Più spezie e balsami che frutta, china, grafite, caffè. Deve ancora farsi in bocca, dove il sorso mostra però un’ottima intensità.

Taurasi 2009: il millesimo è andato in archivio come uno dei peggiori dell’ultimo ventennio (almeno). Il naso non è pulitissimo ed ha anche una certa pungenza, i toni del frutto sono più scuri, si affaccia il sottobosco. Salinità e freschezza in sufficienti dosi diluiscono il tannino. Nel complesso, c’è un certo equilibrio. Evidente vocazione gastronomica.

Taurasi “Vigne d’Alto” 2011: pepe in primo piano, cipria, fiori e, quindi, la frutta rossa. Bocca gustosa, di bella progressione, che deve ancora trovare la quadra ma ha tutto quel che occorre per riuscirvi.

E ora i Taurasi di Antico Castello (in uscita dopo un periodo di affinamento generalmente più lungo di quello previsto dal disciplinare di produzione).

Taurasi 2006: è il primo di casa Romano. Solo legno piccolo per 18 mesi, poi bottiglia. La “dolcezza” del frutto in entrata è il preludio ad un sorso elegante, con richiami ciliegiosi, balsamici e, quindi, agrumati. Si avvia a piena maturità, il tannino è ben levigato, il sorso è composto, non lunghissimo.

Taurasi 2007: l’annata più calda si traduce in un calice dove sembrano prevalere, quantomeno in esordio, le sensazioni balsamiche. In realtà, è diversa l’impostazione stilistica, complice – dice Francesco – anche l’arrivo delle botti grandi. Ci sono più spezie, la persistenza è decisamente maggiore con ritorni fruttati.

Taurasi 2008: fiori rossi e amarena, un crescendo di toni balsamici. La componente sapida sembra giocare un ruolo di primo piano, puntellando un finale molto interessante. Gli auspici sono di una lunga vita davanti.

Taurasi 2010: sembra esserci maggiore struttura. Ha un lato più pepato, che apre poi ad un bouquet di profumi di bella complessità. Non mancano spinta e intensità, al sorso, che però deve ancora sciogliersi del tutto. Francesco ricorda come il vino non riuscisse ad evolvere dopo 3 anni di botte,  complice anche l’annata non proprio semplicissima (poca pioggia in estate, molte precipitazioni in autunno,  soprattutto tra ottobre e novembre).

Taurasi 2011: pungenza iniziale. I profumi sono, in generale, più “scuri”. Sottobosco, noce moscata. Tannino deciso, in fase di assestamento.

Taurasi 2012: è in bottiglia da 20 giorni e andrà in commercio forse dopo il 2011, chissà. Floreale, in prevalenza, poi ciliegia, bella balsamicità di fondo. Grande pulizia olfattiva, bocca tonica, che chiude con qualche rimando di cioccolato.

* in questo senso, quello degli aperitivi domenicali di maggio e giugno organizzati dalla due aziende nelle storiche cantine dei Lonardo, a due passi dal Castello Marchionale di Taurasi, è un format assolutamente interessante.

** come sempre più spesso accade tra noi giovani, sono tornati alla terra dopo gli studi. Chiara è laureata in economia; Francesco, che invece è ingegnere, ha anche progettato una rete in poliestere che protegge i vigneti da eventi atmosferici come le grandinate

*** i Lonardo producono 2 cru di Taurasi: il Coste, dove i terreni sono argillosi, con pietra calcarea affiorante e la zona è tendenzialmente più umida; il Vigne d’Alto, da località Case d’Alto, nei pressi della cantina di vinificazione, dove l’altitudine è maggiore, la zona è più ventilata, con forti escursioni termiche, e i terreni hanno uno strato di cenere vulcanica.

Pubblicato il 17 maggio 2016 | Nessun Commento

Il bello del vino -credetemi, non è una frase fatta- è trovarsi davanti ad un bicchiere per scoprire luoghi, storie, persone. Così, la degustazione di giovedì scorso a Roma, non è stata soltanto la presentazione degli champagne Moussé, ma anche l’occasione per conoscere Cédric Moussé, quarta generazione di vignaioli nella Vallée de la Marne.

Tra uno champagne e l’altro, mentre parlava della nuova rotta dell’azienda, che ha abbandonato ormai da alcuni anni l’utilizzo di qualsiasi sostanza chimica, in vigna come in cantina, l’uomo Cédric ha raccontato se stesso e i giorni in cui, dopo la scomparsa improvvisa del padre Jean-Marc, gli piovvero addosso responsabilità ancora maggiori rispetto a quando dava una mano in azienda. Oggi Cédric, che ha una bambina di 9 anni (se non ho capito male), si occupa in prima persona della promozione dei suoi champagne in giro per i 22 Paesi dove sono commercializzati. Anche quando è fuori e tira tardi, non rinuncia mai alla corsetta mattutina.

Cédric Moussé

La piccola azienda di Cuisles coltiva per lo più pinot meuniere gli champagne, appunto, più interessanti, sono -a mio avviso- quelli prodotti con queste uve, quando non con un piccolo saldo di pinot noir, spesso con il metodo Solera**. Menzione particolare per l’Extra Or d’Eugène (dosaggio di 1 g/l) e per i due Special Club prodotti per il Club Trésors de Champagne, di cui uno -caso più unico che raro- è un rosée de saignée.

Lo champagne che non ti aspetti è, però, l’Anecdote, 100% chardonnay allevato a “Les Varosses“, lieu dit da sempre mal considerato per la coltivazione del pinot meunier, probabilmente per via della profondità dei terreni (spero di aver capito bene). Qui Eugène, il nonno di Cédric, decise -in controtendenza- di impiantare chardonnay, iniziando un percorso di micro-vinificazioni, che culminò qualche anno dopo con la creazione di questa cuvée. Non c’è probabilmente la finezza dei blanc de blancs di Avize, anche nella bolla (forse) più grossolana, ma non manca, invece, il carattere che contraddistingue tutti gli altri champagne dell’azienda, compreso un tocco di rusticità. In più, scorre bene al palato, con il sorso, ben più espressivo rispetto al naso, che ha una spiccata vocazione gastronomica.

Ecco, appunto. Un’ottima compagnia a tavola.

Profondément Meunier, dice il sito internet.

** che prevede l’imprescindibile uso dei vins de réserve.

Pubblicato il 11 maggio 2016 | Nessun Commento

Nella giornata in cui è venuto a mancare –ahinoi!– un altro grande protagonista del vino italiano, si è appreso che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha comminato 50 mila euro di multa a Eataly Distribuzione S.r.l. (ma anche 5 mila all’Associazione Vino Libero e 8 mila a E. di Mirafiore & Fontanafredda S.r.l.).

A darne notizia è Il Fatto Quotidiano e, dopo il post di Intravino, arriva la smentita dell’Ufficio Stampa di Eataly, che precisa come «il provvedimento non mette in discussione il progetto “Vino Libero”, la sua veridicità e quanto dichiarato dalle indicazioni del progetto», ma sorvola sulla questione di maggiore rilevanza, che è quella sintetizzata a pag. 116 del Bollettino n. 15 del 9 maggio 2016 dell’AGCM, dove si legge che «la pratica commerciale descritta al punto II del presente provvedimento, posta in essere dalle società Eataly Distribuzione S.r.l. e Casa E. di Mirafiore & Fontanafredda S.r.l. e dall’Associazione Vino Libero costituisce, per le ragioni e nei limiti esposti in motivazione, una pratica commerciale scorretta ai sensi degli artt. 20, 21, comma 1, lettera b), e 22 del Codice del Consumo, e ne vieta la diffusione o continuazione».

Oscar Farinetti e il "vino libero"

La motivazione della sanzione amministrativa pecuniaria non è stata, dunque, la «tempistica di modifica delle indicazioni che dovevano essere presenti anche sulla bottiglia del vino» (il riferimento è all’invito, formulato dall’Autorità all’impresa, in sede di moral suasion, a rimuovere i comportamenti oggetto di contestazione) bensì la pratica commerciale delle tre società, che è stata ritenuta «contraria alla diligenza professionale e idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio in relazione ai prodotti pubblicizzati dai professionisti nella misura in cui la dicitura “vino libero” risulta, in assenza di ulteriori precisazioni, omissiva limitatamente alle informazioni utili ai fini di una piena conoscenza ed esatta comprensione, da parte del consumatore medio, delle caratteristiche e della portata del progetto “Vino libero”».

Si discute della congruità della sanzione, se questa sia effettivamente commisurata ad un volume d’affari che sembrerebbe essere piuttosto grande, come asserito dallo stesso Oscar Farinetti. Ma la cosa più interessante, a mio avviso, è un’altra. Dove sono finiti tutti quelli che storcevano il naso per la multa comminata ad un’enoteca romana per la vendita sullo scaffale di “vini naturali”? o per quella a un birrificio che etichettava i suoi prodotti con la dicitura “artigianale” (casi in cui, comunque, non c’era stato intervento dell’AGCM)?

Non parliamo forse della stessa cosa?

[credits Identità Golose]

Pubblicato il 10 maggio 2016 | Nessun Commento

Quando l’ho incontrata la prima volta, Arianna Occhipinti non era ancora l’icona del vino “naturale” siciliano che è oggi. Quella sera a Milano – era il novembre del 2010 – raccontò se stessa e i suoi vini a Enocratia.

Non l’ho più vista da allora né ho letto Natural Woman, ma per fortuna non ho mai smesso di bere i suoi vini. L’ultimo assaggio in ordine di tempo è stato quello – assai convincente – del Terre Siciliane IGT Rosso “SP68” 2014, che poi sarebbe il vino più importante della ragazza di Vittoria, almeno in fatto di numeri.

Natural Woman, Arianna Occhipinti

La nota eterea (cipria?), appena fuori giri all’esordio, ha il merito di tenere sempre viva l’attenzione sul calice, che – dopo un incipit “vinoso” – profumerà di fiori ma anche di agrumi.

Il discorso si fa ancor più interessante al palato, dove sembra venir fuori con maggiore insistenza anche una nota salmastra. L’identikit è quello del vino goloso, croccante nel frutto e appena più scuro nel timbro delle spezie, che ha un incedere veloce ma non perde mai la messa a fuoco. Un rosso che ha spinta e allungo, con un finale intenso che parla soprattutto di arancia e spezie.

Vivamente consigliato per spiegare il significato del verbo “tracannare”. Da bere avidamente, a grandi sorsate.

Agricola Occhipinti
SP68 km 3,3 – 97019 Vittoria (RG)
tel. +39 0932 1865519
cell. + 39 333 6360316
mail info@agricolaocchipinti.it

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