Pubblicato il 27 aprile 2016 | Nessun Commento

La “linea dell’eleganza” secondo Luigi Tecce è una retta che, nel mondo del vino, passa solo per alcuni terroir: la Borgogna dei grandi pinot noir, il Piemonte (leggi non-solo-Langhe) dei nebbiolo, la Toscana dei migliori sangiovese (più Chianti Classico che non Montalcino), la Campania con i suoi aglianico di alta collina e l’Etna con i nerello mascalese allevati lungo le sue pendici.

La strada che porta a Paternopoli, invece, è tutto fuorché dritta e per arrivare nella cantina di Luigi non ci sono indicazioni né è molto di aiuto il navigatore. Il meglio che possa capitarvi, perciò, una volta oltrepassato il paese e indovinata la strada per Castelfranci, è imbattervi in qualche paesano di buon cuore, che preso a compassione, si offra di accompagnarvici.

Contrada Trinità si chiama così per la chiesetta che oggi non c’è più, ma la cosa curiosa è che lì si incrociano i territori di 3 comuni della DOCG TaurasiMontemarano, paese natìo del papà di Luigi, è ad appena 5 metri dalla cantina, dall’altra parte della strada provinciale; 10 metri più in là c’è Castelfranci. Nella cantina di Luigi ci siamo ritrovati venerdì scorso, con il gruppo Slow Wine Campania, per la verticale del Taurasi Poliphemo (dal 2006 all’anteprima 2012). Un’ottima occasione per ascoltare uno dei protagonisti della denominazione, mai banale e sempre diretto, parlare a ruota libera del mondo-vino e anche dei suoi progetti: la prossima uscita, a ben 10 anni dalla vendemmia, delle 100 magnum di Poliphemo 2006 e, ancora, un nuovo Taurasi (il nome è top secret).

Nel mentre, s’è bevuto il Satyricon 2013, salato e vibrante (se tanto mi da’ tanto, cosa sarà il Poliphemo pari annata?) e s’è mangiato pure qualcosa del tanto di buono che offre questo generoso territorio: un caciocavallo podolico davvero pregevole, il broccolo aprilatico e i mugliatielli, questi ultimi cucinati proprio da Luigi (lui dice per la prima volta, ma io non ci credo).

Verticale di Taurasi "Poliphemo", Luigi Tecce

Ma passiamo ai calici, tutti con la loro personalità, tonici e con spiccata vocazione gastronomica, anche quelli dei millesimi più difficili (curiosamente quelli dispari e il 2006). Tra parentesi, qualche nota sull’andamento stagionale e/o sulla vinificazione.

2012 (è un’anteprima, sarà sullo scaffale soltanto a dicembre prossimo): il sorso richiama con molta puntualità i profumi di fiori e piccoli frutti rossi, è fresco ed elegante. Da registrare il tannino, ma so’ ragazzi (cit.).

2011 (l’annata è stata caratterizzata da un’estate particolarmente siccitosa): ad ascoltarlo con pazienza, dopo un po’ di diffidenza iniziale, si percepiscono note di torrefazione e sottobosco, cioccolato e tabacco. L’idea di maggiore austerità si rivela, poi, al palato, che ha ritmo e non meno fascino.

2010 (molto più simile alla 2012 che non alla 2011, a differenza di quest’ultima annata sono state abbondanti le precipitazioni. Macerazione di 60 giorni): dopo una lieve pungenza all’esordio, il naso viene fuori bene e i profumi acquisiscono maggiore complessità, con chiari rimandi balsamici. Al palato vira su toni agrumati, è succoso ed ha ottima persistenza, con una trama tannica di pregevole fattura.

2009 (annata difficile, specialmente per via dei frequenti temporali estivi, ma non come la disastrosa 2014, ci tiene a precisare Luigi. Solo botte grande per 24 mesi): è un vino tumultuoso e tendenzialmente più ruvido. Ci sono più spezie, più pepe. Conosce più durezze che morbidezze, ma alla fine è terribilmente seducente.

2008 (annata perfetta in vigna, con forti escursioni termiche. Come passare dai 27 gradi di giorno ai 2 sotto zero di notte. Niente rovere nuovo): l’approccio -condivido l’osservazione di Claudio- sembra essere più “internazionale”, nel senso buono del termine. Bocca succosa, goduriosa, elegante, di grande persistenza, che offre spunti erbacei e balsamici. Mi piace pensare che possa essere il vino da far bere a chi abbia voglia conoscere il Taurasi.

2007: in un curioso alternarsi di annate più o meno complicate, questo calice sembra avere qualcosa in meno in bocca, almeno sulle prime. Al naso, emergono note bellissime di cipria e alloro, qualche lieve accenno ematico. Cangiante, nel bicchiere, trova un suo equilibrio dopo un po’ di paziente ossigenazione.

2006 (millesimo molto piovoso, con la peronospora sempre dietro l’angolo. Oltre ad un rallentamento dell’invaiatura Luigi lo ricorda per una “cimatura” straordinaria a fine agosto. Autunno caldissimo e vendemmia al 26 novembre): il primo impatto racconta odori lontani, incenso e spezie dolci. Per essere figlio di un’annata “minore”, è un’interpretazione riuscita, non c’è che dire. Al palato sa di caffè, radice e frutta scura. Si concede poco a poco, ma con generosità.

Pubblicato il 22 aprile 2016 | Nessun Commento

Tranne che a casa di mio suocero, dove continuerà -nonostante i miei sforzi- ad essere visto con una certa diffidenza, il vino rosato piace sempre di più. Lo dicono i numeri, con le vendite dei rosé che sono in costante crescita, specialmente per quelli delle denominazioni più pregiate (Provenza in testa).

Personalmente, amo i rosati per la loro versatilità a tavola. Si possono accostare con facilità alle pietanze più disparate. Metti, per dire, di avere davanti un piatto di mare, dove l’abbondante presenza di pomodoro sconsiglierebbe l’abbinamento con vini bianchi molto acidi.

I due metodi per fare un vino rosé

L’infografica sopra, che è tratta da un approfondimento sui rosé a cura di Vivino, rende bene l’idea del metodo saignée -letteralmente “da sanguinamento“- utilizzato per alcuni rosé di Champagne.

Per gli amanti del genere, tra cui anche il sottoscritto, vorrei segnalarvi l’ottimo Rosé de Saignée di Fleury, recentemente assaggiato a Comptoir de France*, durante una bella serata di degustazione comparativa (e alla cieca) di bollicine italiane e francesi.

L’azienda che lo produce si trova a Courteron, nell’Aube**, la zona più a sud, dove si produce principalmente pinot nero, che è appunto l’uva da cui è ottenuto questo champagne. Bolla fine, sorso che da’ appagamento, ha carattere e, nel contempo, non perde mai finezza.

[credits Vivino]

* boutique di vini e prelibatezze francesi a Roma.

** da segnalare che nel comune di Riceys, si produce anche un vino rosato e tranquillo, che con lo Champagne e il Coteaux Champenois è la terza AOC della regione.

Pubblicato il 20 aprile 2016 | Nessun Commento

Negli ultimi due giorni, la mia timeline è stata intasata da tipo #centomila foto di piatti degli chef partecipanti a Le Strade Della Mozzarella e lo ammetto: ho sofferto molto.

Mi riprendo ora, per fortuna, leggendo che #LSDM farà tappa anche nella capitale, ad ottobre prossimo. Non sarà lo stesso che andare a Paestum e approfittare per visitare uno dei tanti caseifici della zona (io, per dire, sarei tornato volentieri da Barlotti) ma è pur sempre cosa buona e giusta.

Il pranzo al caseificio Barlotti di Paestum

Il momento è propizio per riformulare la fatidica domanda: cosa bere con la mozzarella di bufala?

Detto che il sottoscritto non è un fanatico del mariage cibo-vino e che possono esservi senz’altro utili allo scopo le semplici regole a cura di Wine Enthusiast; tralasciando il collaudato abbinamento (territoriale) con il Fiano del Cilento o di Avellino, vorrei dirvi di aver provato un certo godimento accostando alla bufala una birra, insolito ma ottimo suggerimento di Stefano Ricci.

Sperimentammo la cosa durante una serata a Milano, per Bufala & Wine Wedding*. Si trattava della Straff del Birrificio Extraomnes, una saison invernale: l’amaro e i pochissimi zuccheri residui per bilanciare la tendenza dolce dell’oro bianco; l’alcolicità, niente affatto trascurabile per la bevanda, per contrastare la grassezza e la succulenza.

Altre idee? Sono tutt’orecchi! 😉

l’iniziativa suscitò non poche polemiche, ma a me (che provai ad organizzare la tappa milanese) il gioco piacque. Per la cronaca, vinse il “Lupi Terrae” Friuli Grave 2010 di Borgo delle Oche, blend di friulano, malvasia e verduzzo, parzialmente affinato in barrique).

Pubblicato il 14 aprile 2016 | Nessun Commento

Ricapitolando. In Texas c’è aglianico. In California producono vini da barbera (e non solo) e ora – udite udite – fanno anche la Falanghina.

Leggo su Wine Spectator che l’azienda produttrice è la Wrath Wines, che possiede vigneti in una delle aree vinicole più vocate della California (Santa Lucia Highlands), dove si coltivano da sempre varietà internazionali come pinot nero, chardonnay e syrah.

Wrath Wines

Wrath Wines, Michael and Sabrine, in Soledad CA

Stando alle parole del co-proprietario Michael Thomas, la decisione di piantare falanghina risale al 2012. La scelta era tra fiano falanghina, ma alcuni californiani già allevavano il fiano, mentre la falanghina era «qualcosa più di un jolly».

Dopo le prime prove di vinificazione nel 2014, la Wrath Wines produce oggi poco più di 500 bottiglie. Fermentazione in dolium di terracotta da 500 litri, due settimane di macerazione a contatto con le bucce, travasi senza filtrazione e minima aggiunta di solfiti.

Il vino è in vendita – a 29 dollari a bottiglia – sul sito internet.

Che dite, proviamo?

[credits WineSpectator.com]

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